Aratura sì o no? Non è una guerra di religione, bisogna salvare i redditi e l’ambiente

by Roberto Bartolini | Luglio 22, 2019 9:02 am

I nostri numerosissimi e affezionati lettori hanno commentato a decine su Facebook il nostro articolo su aratura, sodo e minima (clicca qui per leggerlo). Di questo vi ringraziamo, perché avete contribuito a un utile scambio di opinioni e di esperienze. E viste le tante domande e contestazioni, abbiamo deciso di rispondere e di chiarire con questo secondo pezzo.

L’obiettivo del nostro articolo era di sottolineare le ragioni agronomiche che stanno alla base della necessità di adottare preparazioni del terreno differenti dalle arature tradizionali, in particolare quelle più profonde e invasive, che ancora oggi sono la prassi in tante aziende agricole. A queste motivazioni agronomiche si devono aggiungere vere e proprie emergenze ambientali ed economiche che devono indirizzare verso nuovi sistemi di gestione dei terreni.

La misura 10 dei PSR ha obiettivi precisi

Partiamo dall’ambiente. Non è un caso che tutti i governi europei, già sei anni fa con l’attuale Pac, abbiano messo tra le priorità dell’agricoltura la salvaguardia della fertilità dei terreni agricoli, che ha raggiunto un po’ ovunque i livelli più bassi da quando si coltiva la terra. Ed è per questo che anche in Italia, tra le misure finanziate dai PSR, c’è la misura 10 “Agrombiente” che eroga aiuti economici non irrilevanti per ettaro a tutti gli agricoltori che abbandonano le arature per fare sodo e minima lavorazione, e che coltivano le cover crops.

Chi ha scritto la Pac non è stato finanziato dai costruttori di macchine agricole

Ora è evidente che governanti e legislatori europei non sono stati finanziati dalle multinazionali della meccanizzazione agricola, ma hanno ritenuto di dover intervenire con finanziamenti mirati per spronare gli agricoltori a cambiare rapidamente il sistema di lavorare la terra, con l’obiettivo di evitare che tra qualche anno le superfici coltivate siano completamente prive di sostanza organica e che si debbano sopportare ancora più emissioni nocive. Infatti gli aiuti della misura 10 destinati a sodo, minima e cover crops servono anche per far diminuire le emissioni di CO2 in atmosfera e limitare i consumi di gasolio (un’altra fonte di inquinamento), oltre che ripristinare la vita microbiologica nei suoli agrari.

Se si fanno bene i conti, il risparmio globale con sodo e minima ha un impatto notevole sui redditi

Poi c’è la questione economica, dei conti per le colture estensive più in voga che non tornano. Bene, tra tutti i commenti di coloro che sostengono le lavorazioni tradizionali, non ce ne è uno che affronti il tema dei costi. Arano, erpicano due, tre, quattro volte…. e non annotano quanto hanno speso! Ma questo non è un caso, perché purtroppo – e lo abbiamo scritto spesso – la maggior parte dei nostri agricoltori non fa i conti e per questo non si rende conto di quanto spende per arare ed erpicare, senza considerare ammortamenti, manutenzione e via dicendo delle varie attrezzature.

Per chi volesse avere un quadro sintetico e molto preciso di quali differenze di redditività ci sono tra lavorazioni tradizionali e minima lavorazione, abbinata all’agricoltura di precisione, ricordiamo di leggere la pubblicazione “Quali vantaggi economici dall’agricoltura di precisione”, cioè i dati conclusivi elaborati da Angelo Frascarelli dell’attività Kverneland Academy 2018 su frumento e mais.

Abbandonare l’aratro significa impegnarsi tecnicamente molto di più

Dunque non si tratta di ingaggiare una guerra di religione tra chi ara e chi non ara più, quanto piuttosto di essere tutti impegnati a esortare gli aratori a provare le alternative, rappresentate dalle lavorazioni conservative e dalle cover crops. Ben sapendo che questa nuova strada è irta di difficoltà, che la maggior parte delle volte sono la vera causa degli insuccessi che tanti denunciano, ma perché il cambiamento è stato affrontato male.

Il motivo per cui sodo e minima lavorazione a volte non danno risultati positivi, e molti di voi lo hanno detto, risiede esclusivamente negli errori umani che sono stati commessi nella loro messa in pratica. Passare dall’aratura alla minima lavorazione e al sodo è uno dei passi tecnici più difficili da compiere e richiede massima attenzione e grande professionalità. Si tratta di un cambiamento che va programmato alla perfezione in tutti i suoi dettagli, non si deve decidere all’ultimo momento e fare una telefonata al contoterzista di turno, senza poi sapere che attrezzature ha nel capannone. È sufficiente intervenire su terreni costipati per mille motivi, oppure utilizzare un erpice a dischi o a denti non ben progettato, oppure una seminatrice un po’ datata che non è in grado di coprire bene il seme deposto su un terreno zolloso o ricoperto da erbe e residui colturali, che l’insuccesso è garantito. Ma l’agricoltore che ha sempre arato e che ha assistito all’insuccesso, non fa autocritica come dovrebbe, per capire dove può avere sbagliato. No… boccia immediatamente l’innovazione e torna all’aratro.

«Il sodo e la minima da me non vanno», avete scritto in tanti su Facebook. La colpa è sempre altrove, mai nelle proprie azioni, questo è il grande scoglio da rimuovere. Invece ci vuole pazienza, occorre informarsi da chi fa sodo e minima da tanti anni e che ha successo, imparare i segreti grandi e piccoli di una nuova tecnica che è tutt’altro che semplice, ma che concorre a salvare i conti economici, la terra e l’ambiente. Se vi pare poco…

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