Le importazioni di frumento sono inevitabili, perché produciamo solo la metà di quanto ci occorre

Le importazioni di frumento sono inevitabili, perché produciamo solo la metà di quanto ci occorre

Sullo sfondo della battaglia del grano 2016 non sono mancate le osservazioni polemiche a proposito delle importazioni di frumento da parte dell’industria molitoria e dei pastifici. Ma le importazioni così tanto criticate sono in realtà indispensabili, perché da decenni l’Italia produce circa la metà del grano che ci serve.

Nel 2016 gli acquisti dall’estero sono diminuiti

Secondo i dati ufficiali, nel mese di luglio 2016 le importazioni di grano duro si sono ridotte del 61% rispetto allo stesso periodo del 2015, attestandosi su 65 mila tonnellate contro le 170 mila della scorsa campagna; mentre le importazioni di frumento tenero sono state pari a 26 mila tonnellate, anche in questo caso con una forte riduzione rispetto allo scorso anno.

La riduzione dell’import 2016 è legata proprio alla maggiore produzione nazionale che si è verificata nel 2016. Il frumento duro ha infatti raggiunto i 5,5 milioni di tonnellate contro i poco più di 4 milioni dello scorso anno. Dunque non sembra proprio che il crollo del prezzo 2016 si possa mettere in relazione alle importazioni che ci sono sempre state e che sono vitali per soddisfare la nostra domanda interna. Pertanto, per trovare alcune soluzioni che possono attutire gli effetti negativi di nuove congiunture sfavorevoli che si torneranno a verificare nei prossimi anni, non rimane che battere le strade che abbiamo già indicato in altri articoli.

Per gli agricoltori:

  • Scegliere per le prossime semine varietà che rispondono alle caratteristiche richieste da chi compera, cioè molini e pastifici.
  • Legare almeno una parte del raccolto ai contratti di coltivazione pre-campagna.
  • Mettere in campo un percorso agronomico che consenta di massimizzare le produzioni tagliando, dove è possibile, i costi. Come per esempio adottare le lavorazioni conservative e l’agricoltura di precisione sfruttando i contoterzisti che hanno a disposizione queste tecnologie.
  • Riunire le forze con altri produttori vicini per mettere insieme partite di frumento omogenee e con caratteristiche qualitative di pregio.

 

Per chi deve fare politica agricola:

  • Investire sulle strutture di stoccaggio, ma non solo con i 10 milioni di euro stanziati dal Mipaaf, che non sono sufficienti. In Italia sono pochissime le strutture di stoccaggio moderne, per esempio con un sistema di refrigerazione che permetta di conservare perfettamente e a lungo i raccolti.
  • Organizzare le prossime semine per areale, con un piano che preveda la opportuna diversificazione colturale in modo tale da far precedere ai frumenti una coltura miglioratrice come la soia o altra proteoleaginosa. I vantaggi economici e produttivi nel giro di qualche anno saranno rilevanti.
  • Realizzare strumenti assicurativi che possano mitigare gli effetti di crolli verticali dei prezzi di mercato.

Non possiamo permetterci di tagliare le semine dei frumenti

Continuare a lamentarsi non serve a nulla. Le semine dei cereali vernini sono vicine e non possiamo permetterci come Paese di aumentare ancora le importazioni. Dunque, come abbiamo già detto, i frumenti e gli orzi vanno seminati anche nel prossimo autunno senza farci spaventare dai prezzi bassi del 2016. Con la volatilità dei mercati occorre convivere: dobbiamo imparare in che maniera e con quali mezzi.

Roberto Bartolini

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all'Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.


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