Agricoltura, come mantenere efficiente lo strato attivo del terreno

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È nei primi 15-25 cm di profondità che trova massima espressione l’attività biologica del terreno agricolo, grazie al lavoro di miliardi di microrganismi che trasformano la sostanza organica in humus, principale fattore di fertilità e di stabilità degli aggregati del suolo. Ogni grammo di terra può ospitare sino a un miliardo di microrganismi.

La presenza di lombrichi è l’indice visibile di un terreno in buono stato di fertilità.

Minima lavorazione e sodo

Quindi l’imperativo categorico, se si vuole lasciare lavorare bene il complesso microbiologico presente nel suolo, è evitare il ribaltamento dello strato attivo, lasciandolo al suo posto. Le macchine devono disturbare il meno possibile i primi 15-25 cm di suolo e per questo le arature (soprattutto quelle profonde, ancora molto in uso), le vangature e le erpicature andrebbero evitate, applicando i principi dell’agricoltura rigenerativa (fino a poco tempo fa si diceva “conservativa”) rappresentata da minima lavorazione, strip tiller e semina su sodo.

Le arature tradizionali e profonde, abbinate alle erpicature, provocano emissione di CO2 e mandano in fumo la sostanza organica e centinaia di euro (da Vincenzo Tabaglio, Università cattolica di Piacenza)
Ecco l’effetto sul terreno di un’aratura profonda sui terreni del bolognese. Per predisporre il letto di semina si dovranno fare più passaggi di erpice rotante, con aggravio dei costi e la distruzione dei microrgamismi del suolo.

Per applicare correttamente l’agricoltura rigenerativa occorre rivedere il progetto agronomico aziendale, abbinando all’uso di minime lavorazioni e sodo anche la copertura permanente del terreno e la rotazione delle colture.

I tre principi dell’agricoltura rigenerativa (da Vincenzo Tabaglio, Università cattolica di Piacenza)

L’importanza delle gommature

Un aspetto fondamentale, spesso trascurato nell’applicazione corretta dell’agricoltura rigenerativa, è l’utilizzo di trattori dotati di elevata galleggiabilità ed elevata aderenza, con gommature a bassa pressione e ampia area di appoggio, tali da ricondurre il carico per unità di superficie ai valori compatibili con la portanza del terreno che, come sostiene l’agronomo Roberto Guidotti, responsabile tecnico di CAI Agromec, varia in base alla tessitura e al contenuto di acqua. In generale, secondo Guidotti, non si dovrebbe mai superare il valore di 0,5 kg/cm2 nei terreni più leggeri e stare ancora più bassi in quelli argillosi.

I trattori gommati devono sempre essere allestiti con pneumatici speciali a sezione molto ampia e profilo di battistrada appiattito e la pressione di gonfiaggio deve essere la più bassa possibile, per ampliare l’area di impronta e ridurre il carico unitario.

Usare il decompattatore quando serve

È evidente che non sempre è possibile rispettare le condizioni ottimali per l’accesso ai campi, soprattutto nel caso di terreni compattati. Il mercato offre diverse soluzioni di decompattatori che sono in grado di ripristinare la permeabilità e l’arieggiamento dei terreni, senza interrompere quei benefici che sono stati apportati dalle lavorazioni conservative.

Il decompattatore CLI di Kverneland

Il decompattatore, dice l’agronomo Marco Benetti, solleva tutto lo strato di suolo lavorato e lo lascia cadere subito dopo in modo omogeneo, senza invertire gli strati, quindi non disturba l’attività microbiologica. È consigliabile operare a velocità di lavoro attorno ai 7 km/ora e non andare mai sotto i 4 km/ora.

Il ripuntatore disturba gli strati superficiali

Teniamo presente, osserva sempre Benetti, che il ripuntatore è un attrezzo completamente differente, perché rimescola il terreno facendo esplodere le zolle grazie al transito di ancore fatte apposta per la frammentazione e la risalita di strati profondi con un’azione energica e localizzata. Inoltre il disturbo superficiale del ripuntatore è tale che, per esempio, non consentirebbe la semina diretta.

Da sottolineare che i decompattatori si abbinano bene con l’uso delle cover crops invernali che assorbono l’acqua nell’orizzonte da decompattare, facendo trovare il terreno in tempera.

Operare in base alla realtà dei campi

Pur sostenendo che la strada da battere è quella dell’agricoltura rigenerativa, è evidente che, soprattutto in funzione dell’andamento climatico anomalo degli ultimi anni e in presenza di terreni molto diversi per tessitura nel nostro paese, l’agricoltore può trovarsi nelle condizioni di dover adottare una forma mista, cioè alternando le lavorazioni conservative con quelle convenzionali nell’ambito di una rotazione poliennale, tenendo presente che se occorre usare l’aratro, è bene utilizzare i modelli più recenti che operano tra i 15 e i 25 cm di profondità e quindi riescono a rispettare, almeno in parte, la fauna microbiologica del suolo. Altrimenti, se si fa anche solo ogni due o tre anni un’aratura tradizionale profonda, si vanifica tutto il lavoro di rigenerazione della fertilità prodotto dall’applicazione di minime lavorazioni e sodo, quest’ultimo un sistema ormai ampiamente adottato sui cereali vernini.

L’aratro Ecomat di Kverneland lavora a minima profondità, disturbando il meno possibile la popolazione microbiologica del terreno.

Non avere ripensamenti

Ultima considerazione: non avere ripensamenti se nel passaggio tra agricoltura tradizionale (aratura ed erpicature) a quella conservativa nei primi tempi le rese possono diminuire di qualche quintale. Si tratta di un fenomeno transitorio, effetto dell’adattamento alla nuova situazione agronomica, e comunque le rese inferiori vengono compensate dai minori costi di gasolio e delle ore di lavoro, senza considerare la tempestività con la quale si può lavorare il terreno sfruttando le finestre utili di lavoro.

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all'Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.


One comment

  • Sigillo Angelo

    20 Agosto 2025 at 11:04 pm

    Scusi, perchè in inglese e non in italiano che è la mia lingua? Non ho capito nulla. Bene, una domanda a lor dottori agronomi: Sono in biologico da oltre 25 anni e seminavo in generale mais, cereali (grano tenero e duro), girasole, sorgo e ceci; il terreno è all’interno del parco naturalistico e vi sono presenze di lupi, cervidi ed un numero incalcolabile di cinghiali, tanto che oggi l’unica semina possibile è solo cerealicola, o meglio Farro. Sono danni minori rispetto alle altre colture non più possibili (distrutto tutto dai cinghiali), ma oltre il danno, anche la beffa: Non posso diserbare essendo in biologico, come fare per seminare su sodo? Dopo la trebbiatura del Farro a metà Luglio, le erbacce riempiono il campo e si innalzano di circa ml. 1,50-1,80 fino alla metà di Novemre, tempo di semina. La seminatrice con la fresa rotante verticale si ineppa e non funziona, la seminatrice incorporata non può seminare, cosa fare e quali operazioni sono ammesse per la semina sul sodo? È possibile effettuare una aratura di circa 20-25 cm per conservare in tranquillità l’aiuto del contributo, ripassando successivamente altre 2 volte l’erpice a dischi per contenere la crescita delle infestanti, e poi procedere con la macchina sopra citata alla semina sul cosidetto su sodo? Gradirei una risposta da voi dottori agronomi, possibilmente con assunzione di responsabilità per seguire le indicazioni che mi darete per questo caso veramente anomalo, dichiarandovi altresì che nessun ente mi ha mai pagato per i copiosi danni subiti negli anni. Ringraziandovi per il tempo che vorrete dedicare in risposta al quesito posto, vi ringrazio anticipatamente

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