Agricoltura: sodo e minima sono vincenti, ma è indispensabile il drenaggio permanente

agricoltura conservativa

Non è una questione ideologica e non esiste una regola che vale per tutti, ma non c’è dubbio che sostituire l’aratura a favore di minima lavorazione e sodo sia una scelta che premia dal punto di vista agronomico e dei conti aziendali. Per fare il punto sul tema, Edagricole e CRPA hanno organizzato un webinar nel quale si sono espressi Eros Gualandi, Roberto Ferrari e Bruno Agazzani, che pur con esperienze professionali diverse e in differenti realtà, da anni praticano le lavorazioni conservative.

L’aratro solo con forti compattamenti

Riportiamo la testimonianza di Eros Gualandi, della Cooperativa Agricola “il Raccolto” (Bologna).

«Sui cereali autunno vernini i costi delle lavorazioni ammontano a circa 700 euro/ha, ma applicando la tecnica del sodo si dimezzano. Dalla nostra esperienza ventennale si dimostra che con il sodo, anche se si perdono 4-5 ql/ha rispetto alle lavorazioni convenzionali (sulla base di una produzione di 70 ql/ha di grano), il conto finale è positivo, perché si perdono 100-120 euro contro un risparmio di almeno 300 euro/ha. L’aratro non è stato messo in soffitta perché se in certe annate e su alcuni terreni si verificano problemi di compattamento, certamente va utilizzato. Ma nel 2024 su 1000 ettari di semine autunno vernine l’aratura ha interessato appena 50 ettari».

«A mio avviso una precondizione per fare sodo e minime lavorazioni è predisporre il drenaggio permanente dei terreni con l’eliminazione dei fossi, l’unico sistema che consente di evitare i ristagni di acqua e che fa diminuire la disomogeneità delle produzioni da un punto all’altro del campo. Il drenaggio permanente costa e per questo molti agricoltori non lo prendono in considerazione, ma si tratta di un investimento durevole, che si ripaga in pochi anni e che consente di entrare nei terreni quando altrove si deve rimanere fermi. Nel caso in cui non sia possibile applicare il sodo, si opta per le minime lavorazioni a 5-10 cm di profondità e non ci si deve preoccupare se si vede qualche ciuffo di erba nei campi. Gli agricoltori in generale fanno fatica a cambiare le loro abitudini operative di gestione dei terreni, ma quando si accorgono che i conti tornano, fanno poi presto ad adeguarsi e a cambiare registro».

Lavorazioni conservative su terreni argillosi

Questo il contributo del contoterzista Roberto Ferrari.

«Operiamo in provincia di Reggio Emilia, dove i terreni argillosi non mancano, ma sono orgoglioso del fatto che da almeno 20 anni applichiamo le tecniche di agricoltura conservativa con ottimi risultati dal punto di vista delle rese e dell’aumento del tasso di sostanza organica e quindi della fertilità dei terreni. Applichiamo sodo, minima lavorazione e strip till; ma quando è necessario utilizziamo anche l’aratro, con l’accortezza di non superare mai i 15 cm di profondità nella lavorazione. È evidente che le aziende con allevamenti hanno la necessità di interrare i letami e quindi non si può prescindere dall’aratro, ma comunque, operando in un certo modo, si riesce a rispettare il terreno».

«Concordo sul fatto che una condizione fondamentale per applicare con successo l’agricoltura conservativa è disporre del drenaggio permanente, che assicura un perfetto sgrondo delle acque e consente di lavorare quasi sempre “in tempera”. Ci domandiamo se sia difficile far cambiare abitudini agli agricoltori? Se vedono che con le nuove tecniche risparmiano dei soldi, sposano in fretta l’agricoltura conservativa per preparare i letti di semina. Come sempre tutto ruota attorno alla redditività. Bisogna fare i conti e se si fanno correttamente si possono prendere le giuste decisioni. Noi applichiamo il sodo su erba medica, mais, sorgo soia e grano anche in terreni pedecollinari e otteniamo ottime produzioni che negli anni migliorano, grazie al miglioramento della fertilità dei terreni».

Occorre una formazione agronomica

Infine ecco l’intervento dell’agronomo Bruno Agazzani.

«Già molti anni fa mi sono dedicato alle lavorazioni conservative per necessità, perché con le lavorazioni tradizionali di aratura ed erpicatura i conti non tornavano. Quindi abbiamo cercato di cambiare strada, cercando di adeguare le nuove tecniche ai terreni e alle colture, anche perché non esiste una soluzione valida per tutte le situazioni. Senza escludere a priori l’aratro o la ripuntatura, perché in determinate situazioni sono indispensabili e comunque l’obiettivo deve essere cercare la tecnica vincente che permette di raggiungere ottime rese con un basso impatto ambientale».

«Il rapporto con gli agricoltori è complicato, perché tendono a rimanere fermi sulle loro posizioni: “Abbiamo sempre fatto così”. È una questione di formazione tecnica, perché il passaggio dalle lavorazioni tradizionali alle conservative comporta tutta una serie di cambiamenti che non riguardano solo le attrezzature e quindi gli investimenti. Occorre seguire un nuovo percorso che deve durare almeno un paio di anni per poter andare a regime. L’agricoltore si fa prendere dall’ansia di commettere degli errori e compromettere le produzioni e quindi il reddito finale. Per questo ritengo indispensabili i corsi di formazione».

«Anch’io concordo sul fatto che l’investimento sul drenaggio permanente dei terreni sia una scelta vincente e indispensabile, soprattutto di fronte ai cambiamenti climatici di questi ultimi anni. Se un terreno è asciutto va in tempera più facilmente, quindi si possono effettuare le operazioni nel momento giusto. Il passaggio successivo è abbinare l’agricoltura conservativa con l’agricoltura di precisione, che non significa solo adottare la guida parallela, ma distribuire in modo variabile concimi e sementi in base alle caratteristiche sitospecifiche degli appezzamenti. La determinazione delle dosi giuste comporta però un’analisi molto puntuale dei terreni e anche in questo caso la formazione tecnica è indispensabile. In conclusione possiamo affermare ancora una volta che il vero problema del passaggio indolore dall’aratura alle lavorazioni conservative è strettamente legato alla preparazione tecnico-agronomica dell’operatore, perché non si tratta solo di sostituire l’aratro con altri attrezzi, bensì di rivedere l’intera tecnica colturale da applicare alle colture».

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all'Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.


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