Agroalimentare da record, ma senza giovani non c’è futuro per le campagne italiane

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L’agroalimentare italiano continua a macinare record sui mercati internazionali, ma dietro la crescita dell’export e del valore aggiunto emerge una fragilità strutturale che rischia di comprometterne la competitività futura: la difficoltà nel garantire un adeguato ricambio generazionale nelle imprese agricole. Secondo il Rapporto Strategico 2026 di TEHA Group, appena il 4% degli imprenditori agricoli italiani ha meno di 35 anni, mentre il 45% supera i 65 anni. L’età media dei titolari delle aziende agricole raggiunge i 60 anni, collocando l’Italia tra i Paesi europei con la popolazione agricola più anziana.

Un divario che pesa sulla competitività

Il confronto con gli altri Paesi europei evidenzia un ritardo significativo. La quota di giovani agricoltori si ferma al 4%, contro una media europea del 6%, mentre gli imprenditori over 65 rappresentano una percentuale ben superiore rispetto alla media dell’Unione.

Il tema non riguarda soltanto la struttura anagrafica del settore. I dati mostrano infatti una correlazione tra età e capacità produttiva. Oltre la metà delle aziende guidate da under 35 supera i 25mila euro di produttività per ettaro, mentre tra gli imprenditori oltre i 65 anni la quota si riduce sensibilmente. Il ricambio generazionale diventa quindi una leva economica oltre che sociale, indispensabile per sostenere l’innovazione, l’adozione di nuove tecnologie e l’efficienza produttiva.

Un settore sempre più centrale nell’economia italiana

Il paradosso è che questa debolezza interessa uno dei comparti più dinamici del sistema produttivo nazionale. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari italiane hanno raggiunto il valore record di 72,5 miliardi di euro, con una crescita del 5% rispetto all’anno precedente e quasi un raddoppio nell’ultimo decennio.

Nel 2024 il settore ha generato 81,6 miliardi di euro di valore aggiunto, di cui 44,2 miliardi provenienti dall’agricoltura e 37,4 miliardi dall’industria alimentare. Numeri che collocano l’agroalimentare tra i principali motori dell’economia nazionale, con un peso superiore a molti comparti industriali tradizionali e quasi triplo rispetto al sistema moda.

Il valore del Made in Italy alimentare

A sostenere questa crescita sono prodotti che rappresentano l’identità stessa del Made in Italy. L’Italia mantiene la leadership mondiale nella produzione e nell’export di pasta e derivati del pomodoro, mentre il vino continua a essere il prodotto agroalimentare più esportato in valore, seguito dal comparto lattiero-caseario e dai prodotti ortofrutticoli trasformati.

A rafforzare ulteriormente il valore del settore è arrivato nel 2025 il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità da parte dell’UNESCO. Un risultato che consolida il legame tra agroalimentare, cultura e identità nazionale.

Accanto ai successi commerciali resta aperto il problema delle imitazioni. Secondo le stime riportate da TEHA Group, tra italian sounding e contraffazione il sistema agroalimentare italiano perde un potenziale export pari a quasi 97 miliardi di euro. Si tratta di un fenomeno che sfrutta la reputazione costruita dalle filiere italiane nel mondo, generando concorrenza indiretta nei confronti delle produzioni autentiche e sottraendo valore alle imprese nazionali.

Accesso alla terra e nuovi mercati

Per consolidare i risultati raggiunti, il settore è chiamato a intervenire su due fronti principali. Da una parte occorre favorire l’ingresso di nuove generazioni attraverso strumenti che facilitino l’accesso alla terra, al credito e agli investimenti. Dall’altra è necessario continuare ad ampliare la presenza sui mercati internazionali.

In questa prospettiva si inserisce anche il possibile sviluppo degli scambi con l’area Mercosur, che comprende Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Secondo le stime citate nel rapporto, l’accordo commerciale potrebbe contribuire a una significativa crescita delle esportazioni agroalimentari europee nei prossimi anni.

Un patrimonio da consolidare

L’agroalimentare italiano si conferma dunque uno dei settori più solidi e riconosciuti del Paese. Tuttavia, la forza dei numeri non basta a garantire il futuro. Senza un ricambio generazionale più rapido, una maggiore tutela delle produzioni autentiche e una strategia efficace di apertura ai mercati internazionali, il rischio è che una parte del potenziale di crescita rimanga inespressa.

La sfida dei prossimi anni sarà trasformare il successo commerciale del Made in Italy alimentare in una crescita duratura, capace di coinvolgere nuove imprese, nuovi agricoltori e nuove opportunità per i territori rurali.

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