Ambiente, a inquinare di più non è l’agricoltura

L’agricoltura produce il 7,8% dei gas serra emessi in Italia, ma è al quinto posto tra i settori economici della penisola. I principali colpevoli sono i trasporti (con il 26% sul totale delle emissioni), la produzione di energia (con il 23%) il settore residenziale (18%) e l’industria manifatturiera (13%). Sono i dati dell’ultimo rapporto Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, che evidenzia come le emissioni di gas serra dell’agricoltura siano diminuite del 18,9% tra il 1990 e il 2022. Tuttavia gli allevamenti zootecnici continuano a essere sul banco degli imputati e non mancano le proposte legislative per penalizzare la nostra zootecnia, nonostante l’analisi oggettiva dei dati ufficiali ci dica che gli agricoltori e gli allevatori si siano impegnati seriamente per diminuire gli impatti ambientali delle loro attività.
Drastica riduzione di tutte le emissioni
Le emissioni di metano generato dalla fermentazione enterica dei ruminanti si sono ridotte del 15% dal 1990 al 2022, mentre le emissioni di protossido di azoto dovute a fertilizzanti e reflui si sono ridotte del 46% rispetto al 2021 e del 62% rispetto al 1990. Ancora, le emissioni di ammoniaca sono diminuite del 27% rispetto al 2005. Inoltre dal 2003 al 2022 il consumo di prodotti fitosanitari è diminuito del 26,3%.
I dati sono confortanti e dimostrano come la nostra agricoltura sia certamente tra le più virtuose del mondo in fatto di impatti ambientali, ma non dobbiamo fermarci, perché si può fare ancora meglio.
Applicare l’innovazione tecnologica
Per fare di più, occorre estendere a un numero sempre maggiore di aziende agricole le tecniche di gestione conservativa del suolo (minima lavorazione, strip tiller e semina su sodo), l’utilizzo delle cover crops e dei fertilizzanti organici, la distribuzione sottosuperficiale nel terreno dei reflui e dei digestati, l’applicazione dell’agricoltura di precisione e dei sistemi di supporto alle decisioni per un uso mirato degli agrofarmaci. Sono solo alcune delle innovazioni praticabili, che richiedono però nuove conoscenze e nuove professionalità per poter cambiare, senza penalizzare le rese per ettaro e la qualità dei raccolti.



