Redazione Nuovo Agricoltore15 Dicembre 20254min6910

Feed Economy, il settore tiene e investe: produzione in aumento

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I ribassi delle materie prime comprimono il fatturato dell’industria mangimistica nazionale sotto quota 10 miliardi, ma la “Feed Economy” mostra comunque segnali di tenuta grazie alla riduzione più che proporzionale dei costi di produzione. È in questo scenario che il comparto punta a rafforzare gli investimenti in ricerca e innovazione: gli investimenti fissi lordi sono passati, nell’ultimo anno, da 100 a 150 milioni di euro. Una scelta strategica dettata dalle sfide che stanno mettendo alla prova la filiera zootecnica, dalla crisi climatica alle emergenze sanitarie, in un contesto reso ancora più complesso dal crescente attivismo ambientalista, con effetti diretti sulle normative europee, come nel caso della direttiva emissioni. L’obiettivo dichiarato è aumentare ulteriormente il contributo all’export di prodotti di qualità, sostenendo al contempo una produzione interna che soffre deficit compresi tra il 40 e il 60% negli allevamenti, con l’unica eccezione del comparto avicolo.

Alla presentazione del terzo rapporto Nomisma sulla Feed Economy, organizzata in occasione dell’80esimo anniversario di Assalzoo, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha ricordato il ruolo centrale della mangimistica nella crescita del Paese: il settore mangimistico è «un motore di sviluppo, innovazione e sicurezza lungo l’intera filiera zootecnica nazionale. Il mangime è il primo anello di una catena vitale che giunge fino alla nostra tavola. Dalla sua formulazione dipendono il benessere degli animali, la qualità delle carni, del latte e delle uova, e di conseguenza l’eccellenza del Made in Italy agroalimentare». Urso ha poi aggiunto un monito per il futuro: «L’impegno che deve rinnovarsi è quello di continuare a investire nella ricerca per dare vita a prodotti e soluzioni sempre più all’avanguardia, in grado di rispondere non solo alle esigenze del mercato, ma anche a quelle del benessere nostro e del pianeta».

Nonostante l’aumento della produzione a 15,5 milioni di tonnellate, il fatturato dell’industria mangimistica italiana ha subito una contrazione nell’ultimo anno, scendendo di circa il 3%, da 10,3 a 9,87 miliardi di euro. Nel computo complessivo, aggiunge il rapporto, si devono considerare anche i 9,2 miliardi derivanti dalla produzione di salumi, i 22,7 delle carni fresche e i 27,8 del comparto lattiero-caseario: cifre che portano il valore totale dell’industria legata alla zootecnia a sfiorare i 70 miliardi, il 37% del food & beverage nazionale.

A monte della filiera, la produzione zootecnica supera i 25 miliardi di euro, di cui 22,1 derivanti dagli allevamenti e 2,9 dalla coltivazione di materie prime per l’industria mangimistica. Sul fronte export, la Feed Economy – un vero e proprio ecosistema composto da 820mila aziende e un milione e mezzo di addetti diretti – ha raggiunto 11,6 miliardi. La produzione Dop e Igp di origine animale vale 9,2 miliardi, mentre commercio al dettaglio e ristorazione (rispettivamente 47,4 e 32,3 miliardi) sfiorano gli 80 miliardi, ovvero il 17% del totale nazionale.

Resta però un nervo scoperto: l’approvvigionamento delle materie prime. L’Italia è strutturalmente deficitaria su soia e mais – oltre che sul frumento – materie essenziali per la mangimistica. Se per la soia il deficit è cronico, «la situazione è divenuta particolarmente critica per il mais – ha spiegato Ersilia di Tullio di Nomisma – sceso sotto il 50% di autoapprovvigionamento, con la produzione nazionale che vale 3 miliardi contro 5,5 dell’import». L’equazione del settore è chiara: consolidare competitività e sostenibilità passa da investimenti, tecnologia e una maggiore autonomia sugli input agricoli. Una partita decisiva per il futuro della zootecnia italiana.

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