Angelo Frascarelli17 Dicembre 20214min2100

Filiere certificate, più valore all’agricoltore che sa differenziare la sua produzione

filiere certificate

Al post di Facebook che ha condiviso l’articolo “Mais, soia, grano : non chiamatele più materie prime per l’ammasso“, il nostro affezionato lettore Francesco Bellini ha risposto con il seguente commento: «Il prof. Frascarelli ha centrato il problema, ma si è dimenticato di dire che il ritorno economico della creazione di valore della filiera certificata e tracciata deve premiare in primis l’agricoltore. Non è pensabile che il grano zootecnico importato dal Mar Nero, prodotto senza regole, quoti a volte di più del grano di filiera destinato all’alimentazione umana. La creazione di valore quindi non riguarda i produttori agricoli. In questo momento alla borsa di Bologna il grano biologico italiano quota un misero 5% in più del grano zootecnico convenzionale importato. Dov’è la creazione di valore per l’agricoltore che fa grano biologico?».

Bellini ha pienamente ragione: prima la creazione di valore, poi un’equa distribuzione del valore tra gli attori della filiera. Il primo obiettivo nelle filiere agroalimentari deve essere quello di creare valore per la filiera, che abbia un impatto a tutti i livelli della filiera stessa. In Italia il comparto annovera casi di eccellenza: parliamo delle filiere del vino, del formaggio, della trasformazione carni. In altri casi ci sono coloro che vivono una situazione diametralmente opposta, per esempio l’ortofrutta e i cereali.

Il secondo obiettivo è l’equa distribuzione del valore. L’anello produttivo è sicuramente quello più debole quando la filiera non crea valore, ma questa situazione è destinata a cambiare in un futuro prossimo. Anche per merito del consumatore, che non si limita più a cercare informazioni che si riferiscono ai processi produttivi.

Le scelte dei consumatori sono sempre più orientate alla condotta etica di un’azienda. Adesso e ancora più nel futuro, il cliente finale premia le insegne che applicano una giusta remunerazione all’agricoltore e le imprese che offrono ai lavoratori condizioni dignitose e paghe allineate ai contratti nazionali. Solo la differenziazione e la creazione di valore evitano le situazioni descritte da Bellini, quando afferma che «il grano bio italiano per alimentazione umana quota solo un misero 5% in più del grano zootecnico convenzionale, importato per l’alimentazione degli animali».

Quando non c’è differenziazione, il prodotto agricolo e alimentare è una commodity; di conseguenza, il prezzo dipende dalla domanda e dall’offerta mondiale. Quindi non bisogna meravigliarsi che il grano bio abbia un prezzo così basso.

Angelo Frascarelli

Docente al Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell'Università di Perugia. Agronomo ed esperto di Pac, dal 2021 è presidente di Ismea.


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