La droga degli aiuti Pac e la contabilità del cassetto sono le malattie dell’agricoltura

by Redazione Nuovo Agricoltore | Marzo 20, 2019 10:26 am

La “contabilità del cassetto” è quella degli agricoltori che guardano solo quanti soldi sono rimasti nel conto corrente a fine anno. E poi, se non si guadagna, la colpa è dei contributi della Pac e dei Psr che son pochi e arrivano in ritardo. Questi sono i due tormentoni che riecheggiano sovrani nelle nostre campagne, contro i quali si è giustamente levata la voce autorevole dell’agronomo Angelo Frascarelli (nella foto) in due illuminanti editoriali usciti nei giorni scorsi su Terra e Vita, dai quali riprendiamo alcuni passaggi significativi.

L’atavica repulsione a fare bene i conti

Molti agricoltori provano repulsione a fare i conti economici e dire che sono imprenditori; ma come fa l’imprenditore a fare scelte corrette senza un efficace sguardo ai conti? Gli agricoltori dedicano tutto il loro tempo al lavoro, ma non conoscono la redditività delle loro imprese e del loro lavoro. Fanno solo la contabilità del cassetto: quanto rimane a fine anno. Punto e basta. È pericolosissima.

Ci sono agricoltori che hanno fatto investimenti con la contabilità del cassetto e sono andati in crisi di liquidità e hanno depauperato il loro patrimonio. La maggior parte degli agricoltori italiani non possiede dati adeguati per misurare la redditività e l’esenzione dall’obbligo di tenuta delle scritture contabili in agricoltura accentua questo difetto.

Il bilancio è lo strumento sul quale basare tutta la strategia

Il bilancio è lo strumento con cui l’imprenditore mette al corrente tutti – banche, fornitori e se stesso – della gestione dell’impresa e che permette di calcolare la differenza tra attività e passività e di ponderare bene gli investimenti.

I mutamenti della tecnologia, dei mercati e dei consumi sono velocissimi e occorre trovare nuove strategie di successo, ma è indispensabile conoscere i conti. Quanto mi costa la coltura? Quanto una tonnellata di prodotto? Quanto ammontano i miei costi fissi e variabili? E poi i conti vanno fatti sulla media di cinque anni, non su uno o due anni.

Anche le innovazioni agronomiche e tecnologiche, aggiungiamo noi, non si possono valutare a “naso” e a sensazione. Vanno provate e valutate con i conti alla mano, altrimenti come si fa a sapere se quell’innovazione funziona o meno nella propria realtà aziendale.

Altro errore fatale: non misurare mai la redditività del proprio lavoro. Ogni agricoltore deve stabilire quanto vale il proprio lavoro: pagare se stesso, prima di tutto!

Più Pac si riceve, più l’agricoltore ne diventa dipendente

L’altra piaga del secolo è la Pac. Secondo Frascarelli, più contributi Pac e Psr si ricevono più l’agricoltore ne è dipendente, non ne può fare più a meno e ne ha bisogno sempre di più. Se non arrivano i contributi non si pagano i mezzi tecnici e il contoterzista, dunque ci si ferma.

Senza Pac molte imprese agricole non sono sostenibili economicamente, non riescono a introdurre innovazioni e non riescono a intraprendere un percorso virtuoso di riorganizzazione per adeguarsi alle nuove richieste del mercato. I fondi della Pac servono alle imprese ed è giusto e necessario che vengano erogati, ma per sostenere il reddito a vantaggio del ruolo ambientale degli agricoltori, non per tenere in vita con un filo di ossigeno imprese la cui morte è comunque certa.

Gli agricoltori non hanno capito che sono cambiati gli obiettivi della Pac e quindi le ragioni per cui si ricevono sostegni pubblici. Ecco l’errore della politica: non essere stata chiara nel passaggio dalla fine dell’intervento sui mercati al sostegno per i beni pubblici.

L’impresa agricola non deve vivere di Pac, ma di efficienza e di mercato. Occorrono una cultura d’impresa e un efficiente sistema agricolo italiano, invece di piangere sui contributi della Pac.

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