L’agricoltura dopo il coronavirus: idee per un piano strategico nazionale

L’agricoltura dopo il coronavirus: idee per un piano strategico nazionale

Mentre continuiamo, sbalorditi, a non vedere mai nemmeno un minuto di tv o una riga sui quotidiani nazionali dedicata agli agricoltori e ai contoterzisti italiani in questo difficile momento, non c’è dubbio che il settore debba guardare al dopo coronavirus. Alcuni comparti di altri settori produttivi lo stanno facendo, così come alcune istituzioni, ma dalle parti dell’agricoltura nessuno batte ancora un colpo: a parte la richiesta di aiuti (necessari, ci mancherebbe, e siamo solo agli inizi), ci piacerebbe un po’ più di movimentismo costruttivo, a partire dalle organizzazione professionali agricole. Ma la prima cosa che a nostro avviso dovrebbero fare è anticipare quello che dovrebbero fare anche i nostri governanti, cioè rinfoderare la spada delle divisioni e trovare il modo di fare finalmente squadra: un’unica organizzazione di rappresentanza degli agricoltori italiani e bando alle poltrone. Semplifichiamo una buona volta! Ma probabilmente è un’utopia. Peccato.

Un grande piano strategico nazionale per l’agricoltura

L’agricoltura italiana del dopo coronavirus ha necessità estrema di un nuovo grande “Progetto strategico nazionale” che deve viaggiare su due direttrici ben collegate e coordinate tra loro: le filiere produttive e la base regionale e territoriale. Da dove ripartire? Proviamo a condividere alcune idee.

Rafforzare le produzioni strategiche

A nostro avviso la prima e più importante indicazione da trarre dalla pandemia che ci ha devastati è quella di rafforzare le nostre produzioni strategiche (che non sono solo quelle dop, doc, igp e biologiche), favorendo con forti sostegni pubblici la diffusione capillare dell’innovazione genetica, tecnica, meccanica e digitale sostenuta da una campagna di formazione e informazione degli imprenditori agricoli a livello di Comuni, cioè a maglia stretta.

Come possiamo continuare a dipendere così fortemente dall’importazione, per esempio per il frumento tenero e duro, il mais o per la soia e le proteiche in generale? Se rimaniamo nel settore dei seminativi, per fare un esempio concreto, la riorganizzazione produttiva non può che passare dai contoterzisti, dai centri di stoccaggio e dalle industrie di prima e di seconda trasformazione. Questi attori devono stringere patti e partnership e svolgere la loro attività a livello territoriale nell’ambito delle singole Regioni, organizzando la produzione delle varie colture, la raccolta ma anche la destinazione finale. Sulla base di un programma pluriennale stabilito dal “Progetto strategico nazionale per l’agricoltura”, il cui unico garante super partes deve essere il Mipaaf e non le organizzazioni professionali agricole o di prodotto e via dicendo.

Cambiare le regole dello Stato

Ernesto Galli della Loggia in un illuminante editoriale sul Corriere della Sera ha scritto:

«Una volta tornati alla normalità dovremo cambiare qualcosa, e forse più di qualcosa, nel modo d’essere della nostra vita pubblica, della nostra politica, delle regole del nostro Stato. Avremo bisogno assoluto di aria nuova in futuro».

Ciò significa, aggiunge Galli della Loggia:

«…capire quanto sia importante l’unicità e la rapidità di comando. Non si tratta di mandare in soffitta il parlamento. Le opinioni di tutti son o preziose e tutti hanno diritto di dire la loro: è la prima regola della democrazia. Ma rimpallarsi per mesi una decisione, dover convocare tavoli con decine di rappresentanti per varare un qualsiasi provvedimento, aver spezzettato ogni competenza tra mille autorità e far passare anni per scrivere un regolamento attuativo… sono specialità nostrane di cui possiamo tranquillamente fare a meno».

Nuove cattedre ambulanti e agronomi condotti

La seconda direttrice da percorrere affinché il “Piano strategico nazionale” possa funzionare è mettere in campo persone competenti e professionalmente preparate, ciascuna per i settori a cui sono destinate. Finiamola con i parenti, gli amici degli amici, i raccomandati e via dicendo, altrimenti non si va da nessuna parte. Anche qui occorre quanto detto prima: unicità e rapidità di comando e idee chiare.

Il “Piano strategico nazionale per l’agricoltura” deve prevedere ingenti risorse destinate alla formazione di un esercito di agronomi che dovranno costituire le “nuove cattedre ambulanti” che ricostruirono su basi nuove la nostra agricoltura nell’ultimo dopoguerra. L’agronomo condotto deve svolgere la sua azione di affiancamento agli agricoltori e ai contoterzisti su base territoriale per diffondere l’innovazione, indicare come utilizzare al meglio i numerosi contributi europei e nazionali, progettare nuovi percorsi agronomici, individuare nuovi sbocchi di mercato e nuove opportunità da proporre agli imprenditori. L’agronomo condotto deve essere l’occhio sul mondo dell’agricoltore e il suo consulente di fiducia.

Gli agricoltori italiani hanno per lo più aziende di piccole dimensioni, molti di loro operano in aree collinari, marginali e difficili, in tanti non hanno sufficienti risorse per innovare e rinnovare le produzioni. È giunto il momento di cambiare passo e lo Stato deve mettere in campo le risorse e le competenze necessarie e che non ci mancano: basta volerlo. Vogliamo ricordarci, almeno ora, che sediamo a tavola ogni giorno perché c’è chi lavora la terra? L’agricoltura va messa al centro della rinascita di questo Paese.

Roberto Bartolini

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all'Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.


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