L’agricoltura rigenerativa è un modello sostenibile per il futuro dell’Europa

agricoltura rigenerativa

Uno studio promosso dall’European Alliance for Regenerative Agriculture (EARA), in collaborazione con istituzioni, ricercatori e agricoltori, mette in luce i benefici concreti dell’agricoltura rigenerativa. Con dati raccolti in 14 Paesi su oltre 7.000 ettari, l’indagine dimostra che questo approccio agricolo non solo è efficace, ma anche vantaggioso sotto il profilo economico, ambientale e produttivo.

Meno input, più risultati

Tra il 2020 e il 2023, le aziende che hanno adottato pratiche rigenerative hanno ridotto drasticamente l’utilizzo di fertilizzanti azotati sintetici (–62%) e pesticidi (–76%), mantenendo rese pressoché equivalenti in termini di proteine e chilocalorie (–1%). Hanno inoltre privilegiato mangimi locali per il bestiame, a differenza degli agricoltori convenzionali che importano il 30% dei mangimi da Paesi extra-UE.

Negli ultimi sette anni, questi sistemi hanno aumentato la copertura del suolo del 17,2% e la fotosintesi totale del 17,1% rispetto alle coltivazioni tradizionali. I campi rigenerativi hanno registrato anche una diminuzione delle temperature superficiali estive di oltre lo 0,3%.

Un’alternativa concreta alla chimica di sintesi

Lo studio smentisce l’idea che solo l’agricoltura convenzionale, basata su prodotti di sintesi, possa garantire la sicurezza alimentare. Al contrario, secondo EARA, sono proprio questi modelli industrializzati a mettere a rischio la stabilità alimentare a causa della crescente dipendenza da input esterni, dell’aumento dei costi e della riduzione dei margini di guadagno per gli agricoltori.

A queste criticità si sommano i danni legati al cambiamento climatico. La Commissione Europea prevede perdite per il settore agroalimentare pari a 60 miliardi di euro nel 2025, che potrebbero salire a 90 miliardi entro il 2050.

Resilienza climatica e vantaggi economici

Grazie a pratiche come agroecologia, agricoltura conservativa, pascolo olistico pianificato e agroforestazione, le aziende coinvolte nello studio hanno ottenuto risultati tangibili in termini di resilienza climatica, biodiversità e stabilità produttiva.

L’introduzione dell’indice di produttività rigenerativa (RFP) – uno strumento multidimensionale sviluppato da agronomi e agricoltori – ha permesso di valutare in modo concreto i benefici delle pratiche rigenerative. Tra il 2020 e il 2023, l’RFP è stato mediamente superiore del 27% rispetto a quello delle aziende convenzionali europee, con picchi tra il 38% e il 124% a seconda del Paese.

Una visione replicabile e sostenibile

Secondo le proiezioni dell’EARA, l’agricoltura rigenerativa in Europa potrebbe contribuire alla riduzione di oltre 141.000 tonnellate di CO₂ all’anno fin dai primi anni di adozione. Questo valore rappresenta circa l’84% delle attuali emissioni nette di gas serra del comparto agricolo europeo.

Nel periodo 2018–2024, la diversità vegetale, la copertura del suolo e l’efficienza della fotosintesi nei campi rigenerativi sono risultate superiori del 15% rispetto a quelle dei vicini convenzionali. Questo approccio potrebbe costituire la base per una nuova politica agricola comune centrata sui risultati agroecologici, piuttosto che sul mero rispetto delle pratiche.

Un’occasione da cogliere

In un contesto segnato da eventi climatici estremi, instabilità economica e geopolitica, l’agricoltura rigenerativa si presenta come una risposta efficace. I cali produttivi del 2024 – con una riduzione dell’11% nella produzione di mele e flessioni nella cerealicoltura – evidenziano la fragilità del sistema attuale.

Adottare su larga scala le pratiche rigenerative potrebbe trasformare in pochi anni l’agricoltura europea in un modello positivo per l’ambiente, resiliente ai cambiamenti climatici e capace di garantire la sicurezza alimentare, migliorando le condizioni economiche degli agricoltori. Un traguardo raggiungibile e replicabile in ogni angolo del pianeta.

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