Nuova Pac, la folle resistenza al cambiamento che difende le rendite di posizione

by Roberto Bartolini | Gennaio 10, 2022 9:25 am

«Sarà una nuova Pac di svolta, all’insegna dell’innovazione e della transizione ecologica e digitale». È il ritornello che abbiamo ascoltato per oltre due anni, tra migliaia di pagine di studi e di osservazioni sulla variegata realtà produttiva agricola italiana, che hanno evidenziato le carenze e i punti deboli da mettere a posto con la nuova Pac 2023-2027. Ci sono stati anche tanti incontri e momenti di riflessione e approfondimento in svariati ambiti e soprattutto nella sciagurata Conferenza Stato-Regioni, dove impera quella retorica del cambiamento che sfocia nell’immobilismo o in decisioni dissennate.

Troppi interessi di parte condizionano le scelte

«Quando si dice di voler cambiare tutto, l’esito più probabile, in Italia, è che non cambi nulla», ha osservato Angelo Panebianco in un suo recente intervento sul Corriere della Sera. «Quella vasta ed eterogenea coalizione di interessi che da decenni, condizionandone le scelte, ha condannato il paese alla stasi e alla decadenza, è ancora assai potente», continua Panebianco, e questa frase ben si attaglia anche al settore agricolo.

Decisioni affrettate senza un disegno strategico

La cosiddetta programmazione strategica della futura Pac, che di strategico però non ha nulla, ha partorito una bozza inviata (forse) a Bruxelles il 31 dicembre scorso, che è il frutto di decisioni affrettate e ben poco meditate, causate dal fatto che all’ultimo momento politici e burocrati si sono accorti che «i meccanismi della riforma disegnati da Bruxelles avrebbero comportato un notevole impatto sul sistema agricolo italiano e per ovviare è stata scelta la strada di utilizzare alcuni interventi (come gli eco-schemi, NdR) quali strumenti di compensazione atti ad attutire impatti ritenuti eccessivamente acuti», scrive Ermanno Comegna sull’Informatore Agrario.

Un assetto istituzionale che alimenta la frammentazione

«Poi conta il carattere della nostra democrazia. Un assetto politico-istituzionale, che alimenta la frammentazione politica e ove i poteri di veto prevalgono quasi sempre sul potere di decisione, è una bazza per chiunque sia interessato a preservare lo status quo», continua Panebianco sul Corriere. Destinare il 41% delle risorse dei nuovi eco-Schemi alla zootecnia e un’altra quota notevole alla olivicoltura, oppure assegnare al biologico ulteriori risorse come 180 milioni di euro all’anno e per i giovani appena 72 milioni di euro, fa gridare allo scandalo. Per non dire del secondo pilastro, quello dei Psr, dove pare che non ci siano novità di rilievo.

I produttori di seminativi sono stati traditi

Ancora, Ermanno Comegna osserva che «sicuramente i produttori italiani di cereali (e anche di soia, NdR) si sentono traditi dalle scelte e auspicano una soluzione diversa, magari il ritorno a ipotesi che erano state formulate alla fine della scorsa estate». E poi, dopo l’estate, cosa è successo? Che ha vinto la tenace resistenza delle solite forze politiche e sociali, ma anche di abitudini così radicate e incistite da non potere essere non tanto eliminate (il che sarebbe impossibile), ma nemmeno seriamente ridimensionate.

Almeno c’è il paese reale che lavora

«Naturalmente c’è anche l’altra Italia, quella delle eccellenze, quella che, nonostante le difficoltà, riesce a generare ricchezza materiale e capitale culturale. Si spera che in futuro, per qualche fortunata combinazione, gli equilibri politici non siano tali, per lo meno, da ostacolare le azioni spontanee e le iniziative autonome di tutti coloro che nel nostro paese cercano e creano opportunità di vita e di lavoro. È difficile ottenere di più dalla politica». Questa la conclusione di Panebianco, che si attaglia perfettamente al mondo agricolo italiano, fatto di tante brave persone che lavorano duramente alla faccia di un sistema politico e istituzionale immemore che ogni giorno, per tre volte almeno, si siede a tavola.

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