Pac, l’1% dei beneficiari incassa fino al 40% dei fondi

I fondi della Politica Agricola Comune continuano a concentrarsi nelle mani di pochi grandi beneficiari, con effetti che secondo Greenpeace alimentano disuguaglianze sociali e aggravano le criticità ambientali. È quanto emerge da un recente report dell’organizzazione ambientalista, che analizza la distribuzione dei pagamenti Pac nel 2024 in sei Stati membri: Italia, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Spagna.
L’analisi, condotta su dati pubblici provenienti dai database nazionali, evidenzia una forte concentrazione delle risorse. In media, nei sei Paesi considerati, l’1% dei beneficiari arriva a incassare fino al 40% dei fondi disponibili. Il caso più evidente è quello dei Paesi Bassi, dove si registra la massima concentrazione dei pagamenti. In Italia, nel 2024, il 31% dei fondi erogati è finito all’1% più ricco dei beneficiari, un dato leggermente superiore alla media europea. Complessivamente, nei sei Stati analizzati, due terzi delle risorse vengono destinati al 10% più ricco dei percettori.
Un sistema basato sulla superficie
Secondo il report, questa distribuzione non è casuale ma riflette l’impianto strutturale della Pac, che lega in larga parte i pagamenti diretti alla superficie agricola posseduta o condotta. Un modello che finisce per avvantaggiare le aziende di grandi dimensioni e i grandi proprietari terrieri – in alcuni casi soggetti con ingenti disponibilità economiche – mentre penalizza le piccole e medie aziende, spesso più fragili sotto il profilo economico.
Il criterio della superficie, infatti, tende a premiare chi dispone di estensioni agricole più ampie, indipendentemente dal modello produttivo adottato o dall’impegno ambientale effettivo. Questo meccanismo, sottolinea Greenpeace, renderebbe più difficile per i piccoli agricoltori investire in pratiche sostenibili, che richiedono risorse e accompagnamento tecnico.
Impatti su ambiente e tessuto rurale
Il briefing evidenzia inoltre come tale dinamica abbia contribuito, negli ultimi quindici anni, a un processo di forte concentrazione fondiaria e produttiva. Tra il 2007 e il 2022, in Europa sarebbero scomparse quasi due milioni di piccole aziende agricole. Parallelamente, si sarebbe consolidato un modello agricolo dominato da interessi industriali, con conseguenze rilevanti sul piano ambientale, climatico e sociale.
La riduzione del numero di aziende di piccola scala non riguarda solo l’aspetto economico, ma incide anche sulla vitalità delle aree rurali, sulla gestione del territorio e sulla tutela della biodiversità. In molti contesti, le piccole aziende rappresentano infatti un presidio ambientale e sociale, oltre che produttivo.
Le proposte per la Pac post 2027
Per invertire la rotta, Greenpeace propone una riforma strutturale della politica agricola europea. Tra le richieste principali figurano la graduale eliminazione dei pagamenti basati esclusivamente sulla superficie, l’introduzione di scale progressive e di tetti massimi ai sussidi, nonché la destinazione di almeno il 50% del budget Pac ad azioni a favore dell’ambiente e del clima.
L’obiettivo dichiarato è trasformare la Pac in uno strumento capace di sostenere prioritariamente chi contribuisce alla tutela della biodiversità, alla mitigazione dei cambiamenti climatici e alla sicurezza alimentare, superando una logica che, secondo l’organizzazione, favorirebbe i soggetti economicamente più forti.
Un orientamento che trova punti di contatto anche con alcune delle proposte emerse nel Dialogo strategico sul futuro dell’agricoltura promosso dalla Commissione europea, base di partenza per la definizione della Pac post 2027. Il confronto sul prossimo ciclo di programmazione si preannuncia quindi centrale non solo per la distribuzione delle risorse, ma per la stessa impostazione del modello agricolo europeo dei prossimi anni.



