Su 100 euro di spesa al supermercato, solo 7 euro vanno all’agricoltore

All’agricoltore rimane un utile di 7 euro (contro i 19 euro dei comparti commercio-trasporto) su 100 euro spesi dal consumatore quando va a fare la spesa. Lo certifica Ismea, con un’indagine sulla catena del valore nell’ambito del suo Rapporto agroalimentare 2024. L’ente aggiunge che, per i prodotti trasformati dall’industria agroalimentare, l’utile per l’agricoltore si riduce a soli 1,5 euro.
Forti criticità per frumento e carne bovina
Per il comparto della pasta, i costi di produzione del frumento duro sostenuti dall’agricoltore rappresentano una quota molto elevata (36%) del valore finale al consumo. Indipendentemente dall’entità dei prezzi di mercato, che sono molto altalenanti, i costi unitari a carico delle aziende agricole sono sempre risultati più elevati dei prezzi di vendita.
Ancora, per il produttore di carne bovina i costi di approvvigionamento dei capi da ingrasso e i costi di alimentazione rappresentano oltre il 60% del valore finale del prodotto, senza dimenticare l’effetto negativo sui costi causato dai bassi livelli di autosufficienza per i ristalli e le materie prime. Il tasso di approvvigionamento per la carne bovina è sceso a livelli molto bassi nel 2023 (40%), con la Francia che concentra l’85% del valore dell’import di bovini da ristallo. La prevalenza di un solo fornitore rende molto vulnerabile la filiera nazionale, come testimoniano le recenti difficoltà dovute alle restrizioni sanitarie associate alla diffusione negli allevamenti francesi di epizoozie e alla più recente emergenza Blue tongue.
In alcuni anni, come per esempio nel 2023, Ismea sottolinea che i costi di allevamento hanno superato i ricavi generati dalla vendita dei capi, determinando un reddito operativo negativo per l’allevatore italiano.
Mais, soia e frumento: import in forte crescita
I primi dieci prodotti importati dall’Italia sono, in ordine, caffè, olio extravergine d’oliva, mais, bovini vivi, prosciutti e spalle di suini, frumento tenero e duro, fave di soia, olio di palma e panelli di estrazione dell’olio di soia. Tra questi, mais e soia presentano le maggiori criticità in termini di approvvigionamento, dato che le importazioni negli ultimi vent’anni sono considerevolmente aumentate, comportando una drastica riduzione del tasso di approvvigionamento (al 46% per il mais e al 32% per la soia nel 2023). Per la soia si evidenzia una forte concentrazione delle forniture dal Brasile (50%), mentre nel caso del mais prevalgono gli arrivi dall’Ucraina.
Sul versante del frumento, l’industria pastaria dipende per il 44% dalle forniture provenienti da Canada, Russia, Grecia e Turchia, mentre quella dei prodotti da forno ricorre per il 64% del suo fabbisogno al prodotto di origine ungherese, francese, austriaco, ucraino e romeno.
I dati diffusi da Ismea non fanno altro che confermare ciò che gli agricoltori denunciano da anni e più recentemente con le manifestazioni dei trattori, ma pare che il mondo della politica sappia solo indicare, come soluzione, la strada dei contratti di filiera.
Più garanzie all’agricoltore coi contratti di filiera
Anche sul Nuovo Agricoltore da tempo sosteniamo che i contratti di filiera pluriennali, tra chi produce in campo e in stalla e chi acquista e/o trasforma le materie prime agricole per rifornire il carrello della spesa, sono certamente un sistema molto efficace per garantire all’agricoltore-allevatore la certezza di collocamento e per gli altri attori della filiera la garanzia di approvvigionamento nazionale. Tuttavia, l’esperienza delle molteplici forme contrattuali che si sono avvicendate in questi anni rende evidente che è necessario assicurare maggiore forza contrattuale e maggiori garanzie alla parte agricola, perché la storia insegna che quando le cose vanno male (per vicende di mercato, avversità climatiche, parassitarie o altro), è sempre l’agricoltore la controparte che viene penalizzata.
È su questa palese differenza di forza e capacità contrattuale, che oggi permane tra le parti in causa, che bisogna lavorare per trovare nuovi e duraturi equilibri. Altrimenti, come si fa a non dare ragione agli agricoltori, quando dicono che non si fidano dei contratti di filiera?



