Dalle ceneri di Federconsorzi nasce Consorzi Agrari d’Italia (Cai)

Dalle ceneri di Federconsorzi nasce Consorzi Agrari d’Italia (Cai)

Tanti di coloro che ci leggono ricorderanno quel 17 giugno del 1991, quando al cospetto dei massimi vertici dello Stato e dell’allora presidente di Coldiretti, il potentissimo Arcangelo Lobianco, il ministro Giovanni Goria provvide al commissariamento della Federconsorzi. Il mondo bancario rispose con la revoca di tutti i fidi e il 4 luglio dello stesso anno fu avanzata dai commissari governativi la domanda di concordato preventivo. Si sgretolò così, sotto una montagna di debiti, la più grande e capillare organizzazione territoriale di supporto agli agricoltori per tutto quello che riguarda distribuzione di mezzi tecnici e produttivi, strutture di raccolta e di stoccaggio, assistenza di ogni tipo, compresa quella agronomica.

Non c’era paese in Europa che era riuscito a fare quello che aveva fatto l’Italia, con la fondazione nel 1892 della Federazione nazionale dei consorzi agrari, punto di riferimento indispensabile, presente pressoché ovunque ci fosse una campagna da coltivare, per il progresso agricolo di quasi un intero secolo, il novecento.

Bonifiche Ferraresi sulla tolda di comando

A distanza di trent’anni Bonifiche Ferraresi, i Consorzi agrari dell’Emilia, dell’Adriatico, del Tirreno e del Centro-sud e la Società Consortile Cai rendono operativa la nuova società Consorzi Agrari d’Italia.

Bonifiche Ferraresi detiene la quota più rilevante di partecipazione in Cai, con il 36,79%, seguita dal Consorzio agrario dell’Emilia con il 31,10%. A distanza le quote di Consorzio agrario del Tirreno (20,02%), Consorzio agrario del Centro-sud (6,29%) e Consorzio agrario dell’Adriatico (1,84%).

Cosa si propone di fare il Cai per gli agricoltori

L’amministratore delegato di Cai Gianluca Lelli su Terra e Vita afferma che la nuova struttura vuole diventare il riferimento del paese per ripensare il settore dell’agroindustria e dell’agricoltura. Una struttura unica, con marcate e forti strategie di filiera, per garantire servizi più evoluti e prezzi equi. E per gli associati, accesso a nuovi mercati, integrazione verticale con attività ad alto valore aggiunto, tecnologie digitali e partnership per diffondere la precision farming.

Lo sviluppo dell’agricoltura di precisione, dice Lelli, vedrà il Cai in prima linea nel settore agricolo. Inoltre il Cai si propone di diventare anche protagonista di primo piano nella raccolta e nello stoccaggio dei prodotti agricoli, con una forte radicazione territoriale per offrire servizi completi e tempestivi agli agricoltori. Il Cai, sostiene infine Lelli, rinnova l’immagine del Consorzio allontanandolo dalle pastoie burocratiche e rendendolo più vicino alle esigenze dei soci, dei clienti e dei fornitori.

Il manifesto delle buone intenzioni promette bene, ma…

Il manifesto delle buone intenzioni di Cai suona come musica alle nostre orecchie, che da sempre siamo promotori, sinora inascoltati, di una gestione territoriale e programmata sulla reali esigenze del mercato e del sistema produttivo agricolo con un orientamento fortemente organizzato e innovativo, lasciando nulla al caso. In particolare oggi, alla vigilia di una nuova Pac, con le nuove esigenze espresse dai consumatori e con un mercato sempre più volatile, ben venga un sistema capillare ben organizzato che indichi la strada giusta ai nostri agricoltori, affiancandoli con professionalità e competenza con un sostegno e con proposte concrete e credibili. Auguriamoci però che la politica, con i suoi lacci e lacciuoli e condizionamenti vari, non metta troppo il naso in Cai e che presto altre strutture territoriali entrino in questo patto per una nuova Italia agricola, che deve rimarcare il suo ruolo centrale sui mercati del mondo con prodotti di eccellenza unici e ineguagliabili. Purtroppo continuiamo a essere l’Italia dei tanti campanili (pensiamo solo alla frammentazione delle organizzazioni agricole) e questo certamente non giova al progetto Cai.

Roberto Bartolini

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all'Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.


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