17 miliardi di euro dall’Europa per l’agricoltura, ma il Mipaaf ha solo idee generiche su come usarli

17 miliardi di euro dall’Europa per l’agricoltura, ma il Mipaaf ha solo idee generiche su come usarli

Chissà se li vedremo mai, i tanto sbandierati 209 miliardi di euro del Recovery Fund stanziati, per ora solo nelle buone intenzioni, dall’Europa a favore del nostro paese falcidiato dal Covid. Ammesso che li avremo, ogni ministero ha fatto recapitare al presidente del consiglio la sua lista della spesa, compreso il Mipaaf di Teresa Bellanova, che ha fatto il suo compitino indicando quattro macro-obiettivi che si snodano in nove gruppi di progetti.

I quattro macro-obiettivi sono:

  1. Competitività del sistema alimentare.
  2. Energie rinnovabili, riduzione delle emissioni e sostenibilità dei processi di produzione.
  3. Adattamento al clima che cambia e prevenzione del dissesto idrogeologico.
  4. Rafforzamento della vitalità dei territori rurali.

Diciamo subito che la proposta di spesa complessiva in tre anni è di ben 17 miliardi di euro, che significa un importo mai visto dalla nostra agricoltura e che è pari a circa 2,5 volte la spesa annuale della Pac. Dunque una montagna di denari di cui certamente l’agricoltura ha bisogno, ma che devono essere ben spesi.

Mancano due capitoli che andavano al primo posto

Ma se leggiamo il libro dei “desiderata” del Mipaaf qualche dubbio sorge, perché se alcuni progetti operativi sono sacrosanti, altri lasciano molto a desiderare e in ogni caso mancano almeno due capitoli fondamentali che andavano, a nostro avviso, messi al primo posto davanti a tutti gli altri. Si tratta dell’attività di formazione dei nostri addetti in agricoltura e del potenziamento del settore della ricerca pubblica finalizzata, con un forte coordinamento con quella privata.

Non c’è possibilità di introdurre con successo qualsiasi innovazione nel mondo agricolo se prima non ci si concentra sul rafforzamento culturale di chi opera in campagna e non si ridisegna con saggezza e lungimiranza il settore della ricerca applicata, pretendendo un forte legame con quella privata e con l’industria. Dunque prima bisogna far diventare i nostri agricoltori dei manager a tutto tondo e poi possiamo spendere miliardi per i progetti, che per dovere di cronaca, il Mipaaf indica così:

  • Contratti di filiera (1 miliardo di euro)
  • Infrastrutture e logistica (cifra non indicata)
  • Meccanizzazione in agricoltura e digitalizzazione (1,5 miliardi di euro)
  • Sviluppo del biometano (2 miliardi di euro)
  • Pannelli fotovoltaici (cifra non indicata)
  • Efficienza irrigua, reti di accumulo e distribuzione acque (3 miliardi di euro)
  • Sviluppo filiera foresta-legno-energia (cifra non indicata)
  • Banda larga, recupero borghi rurali, digitalizzazione amministrazioni (cifra non indicata)
  • Ammodernamento dei frantoi oleari (1,2 miliardi di euro).

Perché si sostengono solo i frantoi?

Il nono progetto, l’ammodernamento dei frantoi oleari con 1,2 miliardi di euro, suona alquanto singolare. Non è che la filiera olivicola non vada sostenuta, ma ci chiediamo come mai nel capitolo “Rigenerazione dei sistemi produttivi” l’attenzione sia stata rivolta solo ai frantoi, quando sappiamo bene quanto carenti e vetuste siano, per esempio, la maggior parte delle nostre strutture di stoccaggio e conservazione di cereali, oleaginose, proteiche, eccetera. O quanto bisogno di investimenti mirati abbiamo anche tanti altri comprati produttivi.

Si dirà che è una prima bozza, d’accordo, ma si poteva fare molto meglio, perché non capiamo bene cosa significhi, tanto per citare un altro esempio, “Interventi sovra-regionali per potenziare le relazioni verticali in filiere strategiche”. Si è colto certamente uno dei difetti atavici del nostro sistema produttivo, cioè che ognuno vuole andare per conto suo, incapaci di creare in maniera organizzata e omogenea lungo tutto lo stivale aggregazioni strategiche di produttori in funzioni del mercato. Ma cosa si pensa di fare in concreto, se ancora oggi la maggior parte dei nostri agricoltori non vuole impegnarsi in una contrattazione continuativa con l’industria e in molti casi chi acquista i prodotti dell’agricoltore non rispetta i parametri contrattuali? Questo non c’è scritto da nessuna parte, e forse non lo sa nemmeno chi ha pensato quelle frasi generiche, tanto per fare un compitino, perché siamo in Italia.

Roberto Bartolini

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all'Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.


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