Roberto Bartolini4 Dicembre 20235min122602

Le cover crops aumentano la fertilità del suolo: tre anni di prove in campo

cover crops

Le cover crops (dette anche “colture di copertura a perdere”) sono sempre più diffuse nei campi agricoli italiani, anche senza il traino del contributo a superficie che alcune Regioni hanno introdotto in una misura specifica del secondo pilastro della Pac. Il motivo è semplice: gli agricoltori, già dopo pochi anni di coltivazione tra una coltura principale e la successiva, si sono accorti dei benefici che le cover crops apportano al terreno. Tali vantaggi sono così riassumibili:

  • miglioramento della qualità fisica e biologica del suolo;
  • incremento di sostanza organica;
  • incremento di azoto ed elementi nutritivi;
  • contenimento delle piante infestanti.

L’insieme di questi benefici comporta anche dei vantaggi economici, che però sono difficilmente quantificabili perché riguardano direttamente la fertilità microbiologica, fisica e chimica del terreno che, migliorando nel tempo, porta a un aumento del potenziale produttivo del suolo e quindi anche delle colture. Non solo: il miglioramento progressivo della struttura del terreno consente di “alleggerire” le lavorazioni, aumentare la portanza del terreno e avere più finestre utili per effettuare gli interventi in campo.

Proprio perché è difficile capire come cambiano, grazie alle cover crops, i connotati del suolo agrario, riportiamo in sintesi i risultati di tre anni di prove condotto dal Gruppo operativo per l’innovazione “Cover Agroecologiche” dell’Università del Sacro Cuore di Piacenza.

Cover crops a confronto

Le cover crops prese in considerazione comprendono i miscugli senape-facelia e loiessa-trifogli, nonché due specie in purezza, segale ed erba medica. Lo studio ha misurato tre parametri per valutare l’effetto delle cover crops nel corso di tre anni:

  1. indice di stabilità strutturale del terreno;
  2. fertilità biologica;
  3. contenuto di sostanza organica.

La tabella seguente indica le caratteristiche di partenza del suolo oggetto delle prove.

I risultati in campo

Per quanto riguarda l’indice di stabilità strutturale del terreno, dai grafici vediamo che sono state prese in considerazione tre profondità diverse: 0-5 cm; 5-15 cm; 15-30 cm.

Il miscuglio loiessa-trifogli e la segale in purezza hanno fornito i migliori risultati sull’aumento della stabilità rispetto al test alle profondità tra 0 e 15 cm, che sono quelle interessate dagli apparati radicali delle colture.

La fertilità biologica del suolo viene misurata attraverso due indici:

  • Indice QBS-ar, che significa la qualità biologica legata alla presenza di alcune specie di microartropodi, i quali sono ottimi indicatori di qualità, stabilità e salute del suolo (la loro abbondanza e diversità è infatti ben correlata agli effetti benefici sul funzionamento del suolo);
  • Numero di lombrichi per metro quadrato di terreno.

Anche in questo caso vediamo che l’uso delle cover crops ha migliorato nettamente la situazione rispetto al test, anche se con valori molto diversi a seconda delle specie utilizzate. I due miscugli hanno fornito i risultati migliori.

Per quanto riguarda la dotazione di sostanza organica del terreno rispetto all’inizio della prova, nella tabella qui di seguito notiamo gli aumenti più significativi con i miscugli senape-facelia e loiessa-trifogli.

Dunque viene confermato, anche dai dati di una sperimentazione ufficiale, quello che gli agricoltori che da anni seminano le cover crops stanno constatando in campo. Soprattutto con l’adozione delle tecniche di gestione conservativa del terreno (minima lavorazione, strip tiller e sodo), la semina tutti gli anni delle cover crops è essenziale per facilitare, senza perdita di produzione, l’abbandono della tradizionale accoppiata aratura-erpicatura.

Le tabelle e i grafici di questo articolo sono tratti dalla presentazione del Gruppo operativo per l’innovazione “Cover Agroecologiche” dell’Università del Sacro Cuore di Piacenza

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all'Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.


2 commenti

  • Luca Prada

    8 Dicembre 2023 at 2:03 pm

    Biongiorno,
    Secondo lei potrebbero vedersi già dei minimi risultati anche solo con le spontanee ad esempio tra un frumento foraggero, raccolto entro fine maggio e una coltura seminata inizio primavera prossima?

    Rispondi

  • Pasquale

    10 Dicembre 2023 at 7:31 am

    Quindi un agricoltore dovrebbe seminare a perdere per avere una maggiore fertilità del terreno. E come dovrebbe sopravvivere?
    Senza considerare che i vostri test hanno poco valore, perché basta un anno di semina di cereali e si è al punto di partenza

    Rispondi

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