Dall’intesa tra agromeccanici e Coldiretti ci aspettiamo più agronomi in campo per spiegare le nuove tecnologie

Dall’intesa tra agromeccanici e Coldiretti ci aspettiamo più agronomi in campo per spiegare le nuove tecnologie

Coldiretti e Cai (Confederazione agromeccanici italiani) hanno firmato nei giorni scorsi un protocollo di intesa nel corso del Forum sull’agroalimentare di Cernobbio.

Che un’organizzazione agricola come la Coldiretti finalmente stringa un’alleanza strategica, e ci auguriamo non solo di facciata ma operativa, con il Cai, è un segnale che potrebbe dare un’accelerazione decisiva alla diffusione, sin qui piuttosto lenta, dell’innovazione tecnologica soprattutto nel settore dei grandi seminativi. Si tratta infatti di un comparto che, molto più di altri come viticoltura, frutticoltura e orticoltura che sono già tecnologicamente avanzati, necessita di un cambio di passo e di una modernizzazione dei percorsi colturali e del parco macchine e attrezzature, se non vogliamo rischiare di essere ancora più dipendenti dalle importazioni.

Cereali e oleaginose sono prodotti strategici al pari del vino, della frutta e degli ortaggi, e quindi meritano più attenzione da parte di istituzioni come Coldiretti, che dovrebbero affiancare ogni giorno in azienda gli agricoltori, e non solo quando si deve spingere sul biologico, organizzare eventi locali o praticare la vendita diretta.

Cosa ci aspettiamo, allora, da questo protocollo di intesa? Non le solite chiacchiere, ma fatti concreti che servano davvero a chi lavora nei campi.

La priorità: diffondere le informazioni pratiche di campo

Coldiretti e Cai devono partire dalle priorità, e una di queste, sotto gli occhi di tutti, è la mancata conoscenza da parte degli operatori agricoli di quello che sono capaci di fare le nuove tecnologie, dalle nuove attrezzature ai sistemi informatici per l’agricoltura di precisione.

È infatti perfettamente inutile che si mettano a disposizione fiumi di euro attraverso alcune misure dei PSR, quali la 4 e 10, o finanziamenti Ismea o superammortamenti, quando poi l’agricoltore e il contoterzista vengono lasciati soli di fronte al mercato. Un mercato che è costituito da una miriade di piccole, medie e grandi aziende costruttrici che offrono meraviglie tecnologiche, ma che non possono esaudire da sole la necessità di conoscenza approfondita e pratica di ciò che vendono, pena il loro mancato buon uso in campo e conseguente sfiducia da parte dell’operatore agricolo.

Un esempio di ciò è accaduto, e in parte sta accadendo, è a proposito di minima lavorazione, semina su sodo e applicazione dei computer, dei satelliti e dell’Isobus. Gli insuccessi che ancora riscontriamo in alcune aziende in questo campo non dipendono dal fatto che quelle tecnologie non funzionano, bensì dalla errata messa in campo o dalla conoscenza solo parziale dei vari passaggi informatici necessari quando si collega un’attrezzatura a un trattore dotato di centraline elettroniche.

Ci vuole un esercito di professionisti che vadano in campagna

Dobbiamo convincere Coldiretti e Cai che oggi la utile complessità insita nell’innovazione tecnologica, che significa poter fare tante cose e in maniera diversa rispetto a oggi, ha raggiunto livelli tali che non si combina con le scarse conoscenze di base e la riluttanza verso tutto ciò che è nuovo, espresse della maggior parte dei nostri operatori agricoli. Ma la colpa di tutto ciò non è solo degli agricoltori, che sono per natura tradizionalisti, bensì soprattutto di chi non li affianca quotidianamente e per più giorni, quando hanno deciso di introdurre le necessarie innovazioni in azienda.

Questo passaggio fondamentale, successivo all’atto dell’acquisto, non può essere demandato in toto alle aziende costruttrici o ai concessionari, perché non dispongono di tutto il personale necessario. Ecco allora che ci aspettiamo la discesa in campo di Coldiretti che, insieme al Cai, deve prima di tutto formare un bell’esercito di professionisti dell’innovazione, e successivamente sguinzagliarli nei territori prendendo per mano gli agricoltori sulla strada del cambiamento.

Il Made in Italy giustamente tanto caro a Coldiretti, Cai e a tutti noi, alla fin dei conti nasce dalla terra, e la terra va gestita in modo diverso dal passato. Mettiamocelo in testa una volta per tutte.

Roberto Bartolini

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all’Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.


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