Roberto Bartolini15 Marzo 20249min11080

Forti incentivi per l’agrivoltaico, un pericolo per le terre di pianura

agrivoltaico-incentivi

Un recente decreto del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica fissa regole e incentivi destinati agli imprenditori agricoli che entro il 30 giugno 2026 installano sui loro terreni degli impianti agrivoltaici avanzati per una potenza massima di 1 MGW. Un secondo contingente di 740 MW verrà destinato a impianti anche di potenza superiore.

Contributo del 40% e tariffa agevolata per 20 anni

L’incentivo riconosciuto è composto da:

  • un contributo in conto capitale nella misura massima del 40% dei costi ammissibili;
  • una tariffa incentivante applicata alla produzione di energia elettrica netta immessa in rete.

 

Tariffe di riferimento e costi massimi ammissibili
Potenza Tariffa (€/MWh) Costo (€/kW)
1 < P ≤ 300 93 1.700
P > 300 85 1.500

 

Correzione della tariffa
Zona geografica Fattore di correzione
Regioni del Centro (Lazio, Marche, Toscana, Umbria, Abruzzo) + 4 €/MWh
Regioni del Nord (Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Piemonte, Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta, Veneto) + 10 €/MWh

 

Il GSE eroga gli incentivi per un periodo pari a vent’anni, corrispondente alla vita utile convenzionale degli impianti, considerato al netto di eventuali fermate.

I costi ammissibili

I costi ammissibili per ottenere gli incentivi sugli impianti agrivoltaici comprendono:

  1. realizzazione di impianti agrivoltaici avanzati;
  2. fornitura e posa in opera dei sistemi di accumulo;
  3. attrezzature per il sistema di monitoraggio previsto dalle linee guida CREA-GSE, ivi inclusi l’acquisto o l’acquisizione di programmi informativi funzionali alla gestione dell’impianto;
  4. connessione alla rete elettrica nazionale;
  5. opere edili strettamente necessarie alla realizzazione dell’intervento;
  6. acquisto, trasporto e installazione macchinari, impianti e attrezzature hardware e software, comprese le spese per la loro installazione e messa in esercizio;
  7. studi di prefattibilità e spese necessarie per attività preliminari;
  8. progettazioni, indagini geologiche e geotecniche il cui onere è a carico del progettista per la definizione progettuale dell’opera;
  9. direzioni lavori, sicurezza, assistenza giornaliera e contabilità lavori;
  10. collaudi tecnici e/o tecnico-amministrativi, consulenze e/o supporto tecnico-amministrativo.

Le spese di cui ai punti dal 7 al 10 sono finanziabili in misura non superiore al 10% dell’importo ammesso a finanziamento.

I soggetti beneficiari

I soggetti beneficiari degli incentivi previsti dal decreto sono i seguenti:

  • imprenditori agricoli, in forma individuale o societaria anche cooperativa;
  • società agricole, nonché consorzi costituiti tra due o più imprenditori agricoli e/o società agricole imprenditori agricoli, ivi comprese le cooperative agricole e le cooperative o loro consorzi e le associazioni temporanee di imprese agricole.

Facendo due conti, un impianto agrivoltaico esteso su poco più di un ettaro ha un costo di circa 1,4 milioni di euro, ma oltre 500.000 euro sono a carico dello Stato. Il contributo dello Stato e le tariffe permettono nel giro di cinque o sei anni di ammortizzare il costo dell’impianto e da lì in poi di mettersi in tasca circa 120.000 euro all’ettaro all’anno.

Pochi agricoltori, tanti fondi di investimento

Al momento ci risulta che non siano molti gli imprenditori agricoli che hanno deciso di utilizzare gli incentivi del nuovo decreto, anche perché pare che gli istituti di credito siano alquanto restii a fornire prestiti. Tuttavia non si fa che parlare di agrivoltaico, e infatti stiamo assistendo in giro per le nostre campagne a un moltiplicarsi di progetti su mega impianti elevati da terra, che provengono da soggetti con interessi e attività extra agricoli, alla caccia di ettari di buona terra che offrono due alternative al proprietario: l’affitto con tariffe variabili da 2000 a 4500 euro/ha/anno oppure l’acquisto a un prezzo di due o tre volte quello corrente di mercato.

C’è da augurarsi che le Regioni vigilino attentamente e mettano limitazioni, soprattutto sui progetti di impianti da installare in pianura, perché il rischio di sottrarre tanta buona terra all’agricoltura produttiva è molto elevato. I fondi di investimento e le finanziarie che si stanno interessando all’agrivoltaico non redigono progetti che occupano solo qualche ettaro, bensì decine e decine di ettari e, pur sapendo che se riceveranno tutte le autorizzazioni avranno l’obbligo di coltivare sotto i pannelli, non pare che la questione li preoccupi più di tanto. A loro interessa installare gli impianti e guadagnare tanto, vendendo energia elettrica poi chi sarà delegato a coltivare, se si coltiverà, lo si deciderà in seguito.

La coltivazione e la movimentazione delle attrezzature al di sotto dei pannelli agrivoltaici elevati da terra è comunque alquanto complicata e richiede l’applicazione dei sistemi georeferenziati.

Obbligatoria la produzione agricola

Il decreto dice chiaramente che al di sotto dei pannelli agrivoltaici è obbligatorio svolgere attività agricola e che la superficie minima destinata all’attività agricola deve essere pari almeno al 70% della superficie totale del sistema agrivoltaico. L’altezza minima dei moduli dell’impianto agrivoltaico avanzato rispetto al suolo deve consentire la continuità delle attività agricole o zootecniche anche sotto ai moduli fotovoltaici e rispetta, in ogni caso, i valori minimi di seguito riportati:

  • 1,3 metri nel caso di attività zootecnica (altezza minima per consentire il passaggio con continuità dei capi di bestiame) e impianti agrivoltaici che prevedono l’installazione di moduli in posizione verticale fissa;
  • 2,1 metri nel caso di attività colturale (altezza minima per consentire l’utilizzo di macchinari funzionali alla coltivazione).
L’agrivoltaico in Italia dovrebbe svilupparsi soprattutto in collina, dove la redditività delle colture riesce a stento a compensare i costi.

L’agrivoltaico dovrebbe occupare le colline

Anche se in Italia c’è già qualche esempio di coltivazione al di sotto dei pannelli, non abbiamo dati certi sul comportamento delle diverse colture all’ombreggiamento, senza considerare gli intralci che comunque l’impianto comporta alle attività di pieno campo. Le terre ad alto potenziale produttivo in Italia non sono così estese come richiederebbero le nostre necessità di approvvigionamento, tant’è che siamo importatori netti di cereali e oleaginose, quindi sacrificare questi terreni alla produzione di energia ci sembra una scelta poco avveduta. Ma nel nostro paese ci sono tante colline e tante terre marginali dove la produzione agricola è sempre meno redditizia, ed è su questi territori che dovrebbero concentrarsi gli investimenti sull’agrivoltaico, con forti agevolazioni da parte delle amministrazioni regionali. Abbiamo tutto l’interesse a sviluppare energia pulita dove l’agricoltura non riesce a fornire un’adeguata redditività, ma dobbiamo salvaguardare interamente la terra dove possiamo conseguire alte produzioni di assoluta qualità.

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all'Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.


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