Glifosate, stop agli equivoci: ecco cosa hanno dichiarato gli organismi di controllo

Glifosate, stop agli equivoci: ecco cosa hanno dichiarato gli organismi di controllo

Ci voleva come sempre l’intervento rigoroso di chi guarda le cose con l’occhio disincantato dello scienziato, per venire a sapere finalmente cosa significa che il glifosate è “probabilmente cancerogeno”. Lo ha fatto Elena Cattaneo, docente di farmacologia all’Università degli studi di Milano, con un articolo esemplare pubblicato venerdì 1° dicembre su La Repubblica, ed è opportuno che i nostri lettori, se non lo hanno già letto, ne conoscano i contenuti, che riassumiamo qui di seguito.

Ricordiamo che lo IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) ha detto che “il glifosato è probabilmente cancerogeno”. Ma come sottolinea la Cattaneo, lo IARC divide sostanze e abitudini in “cancerogene” (gruppo 1), “probabilmente cancerogene” (gruppo 2A) o “possibilmente cancerogene” (gruppo 2B). Dunque il glifosato, e cioè il Roundup e suoi simili, è nel gruppo 2A in bella compagnia, udite udite, della carne rossa, dei fumi della frittura e del lavoro notturno.

Nel gruppo 1, quello delle sostanze sicuramente “cancerogene” e quindi peggio del glifosato, troviamo carni lavorate ed etanolo, quindi anche i vini tipici del Made in Italy e i salumi che, dice Cattaneo, provengono da animali alimentati per l’87% con mangimi ogm.

Inoltre – afferma la scienziata – due componenti del team di lavoro dello IARC sul glifosato hanno riconosciuto di avere omesso di informare il gruppo circa alcuni dati che ne mostravano la non cancerogenicità e di dichiarare contratti di consulenza con studi legali ostili agli agrofarmaci e al glifosato in particolare.

Diversamente dallo IARC – scrive ancora Cattaneo – l’OMS (Organizzazione Mondiale per la Sanità), l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e l’ECHA (Agenzia europea delle sostanze chimiche) scrivono che “è improbabile che l’assunzione del glifosato attraverso la dieta sia cancerogeno per l’uomo”. Insomma, una persona di 60 kg non correrebbe rischi da glifosato nemmeno mangiando oltre 270 kg di pasta al giorno, per tutta la vita.

Dunque, conclude Cattaneo, non utilizzare il glifosato significherebbe tornare agli anni ’50, diserbando a mano i campi oppure utilizzando erbicidi molto più costosi e meno efficaci, facendo peraltro più trattamenti.

Quanto a Monsanto, il brevetto è scaduto nel 2001, sono oltre 350 i prodotti autorizzati e venduti da diverse aziende a base di glifosato e il primo produttore mondiale è attualmente la Cina. A buon intenditor… poche parole!

Roberto Bartolini

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all’Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.


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1 commento

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  1. mario
    mario 11 dicembre, 2017, 12:27

    L'”occhio dello scienziato” dovrebbe essere, a mio parere, al di sopra delle parti. Parlando di pesticidi e “diserbanti” come il glifosate occorrerebbe quanto meno tener conto dei potenziali danni sull’ambiente e sulle altre specie, oltre che sull’uomo. Sta di fatto – lo ha dimostrato il resoconto ISPRA del 2016 – che gran parte delle acque superficiali e una percentuale di acque di falda della Lombardia sono inquinate dal glifosate e dal suo metabolita AMPA. Gli effetti sulla fauna acquatica sono evidenti. Io sono medico è ho avuto modo di leggere il brevetto del glifosate come antibiotico, che la Monsanto ha ottenuto negli Stati Uniti nel 2011. Non sarebbe il caso di applicare la massima precauzione prima di omologare il glifosate come sostanza innocua? Provo grande demoralizzazione leggendo quanto Cattaneo afferma, nella veste di studiosa, ricercatrice nonché senaticre della Repubblica. Non dovrebbe essere ben più cauta?

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