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Grano duro: ecco perché gli agricoltori non vedono di buon occhio i contratti di coltivazione

Grano duro: ecco perché gli agricoltori non vedono di buon occhio i contratti di coltivazione

«Non voglio vincoli», «non è conveniente», «non mi fido», «mai sentito parlare». Queste sono le risposte, in ordine percentuale decrescente, fornite dalla maggior parte delle 261 aziende agricole intervistate da un’indagine condotta dal Crea e dall’Università di Teramo sui contratti di coltivazione per il grano duro. Il campione è formato da aziende da 1 a 500 ettari delle regioni Abruzzo, Campania, Emilia-Romagna, Marche, Puglia, Toscana, Sicilia.

Piccoli produttori che si affidano a contratti verbali

Il quadro che emerge è di un mercato fatto per lo più da una miriade di piccoli produttori e figure di commercianti-mediatori-grossisti di vario tipo, e di relazioni tra i soggetti tutt’altro che lineari sia per la formazione del prezzo sia per la qualità del prodotto.

Le relazioni commerciali avvengono per la maggior parte sulla base di accordi verbali, basati su un rapporto fiduciario tra il coltivatore e i soggetti che lo acquistano. Si tratta di rapporti consolidati e “di vecchia data” ai quali ben pochi sono disposti a rinunciare, dato che non si vogliono avere vincoli contrattuali che limitino l’autonomia decisionale dell’agricoltore nella coltivazione e nella vendita del grano duro.

Dunque un fatto chiaro che emerge dall’indagine è che anche il disciplinare di coltivazione che regola ogni contratto di filiera viene vissuto male dall’agricoltore, come una sorta di imposizione inutile. E dire invece che i disciplinari di produzione che sono alla base dei pochi contratti di filiera attivi in Italia, da anni hanno dimostrato la loro validità tecnica ed economica, consentendo di ottimizzare la forbice costi-ricavi, assicurando la sostenibilità anche ambientale del processo produttivo e garantendo una elevata qualità e sanità del prodotto raccolto.

Cosa dicono le aziende che sottoscrivono i contratti

Trenta aziende del campione hanno invece sottoscritto contratti di coltivazione e tutte dichiarano di aver ottenuto miglioramenti tecnico-economici. In particolare i benefici riscontrati dopo la sottoscrizione di un contratto di coltivazione per il grano duro sono i seguenti:

  1. Avere un reddito certo e stabile negli anni
  2. Avere la certezza di collocamento del prodotto
  3. Ridurre i costi di stoccaggio
  4. Migliorare il reddito aziendale grazie a un prezzo minimo garantito
  5. Ottenere nel medio periodo un prezzo superiore a quello di mercato
  6. Migliorare la qualità del grano prodotto
  7. Migliorare le tecniche colturali
  8. Ridurre i costi di produzione

Ci vuole più informazione sui contratti da parte di chi li propone

L’indagine ha messo in luce anche una carenza di informazioni sui possibili vantaggi e benefici che derivano dall’uso di contratti e questo segnale dovrebbe spingere le aziende che propongono i contratti di coltivazione a rendersi più visibili e a investire su una comunicazione presso i coltivatori.

Non c’è dubbio che emerge ancora una volta la scarsa propensione degli agricoltori a rivolgersi a forme nuove di contrattazione e la radicata convinzione che i rapporti consolidati da tempo con i compratori locali siano ancora garanzia di massima redditività. Convinzione purtroppo spesso sconfessata dalla realtà dei fatti.

Roberto Bartolini

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all'Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.


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