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La gestione sostenibile del terreno: la minima lavorazione

La gestione sostenibile del terreno: la minima lavorazione

Gestione del terreno, uso dell’acqua di irrigazione, distribuzione di agrofarmaci e fertilizzanti: sono le tre principali aree operative dove l’agricoltore può mettere in pratica i criteri di sostenibilità che vengono indicati dalla nuova PAC 2014-2020. In questo articolo ci concentreremo sulla prima area, quella della gestione sostenibile del terreno, che prevede l’eliminazione dell’aratura per introdurre la minima lavorazione e il sodo.

Regola numero 1: evitare il compattamento

La regola numero uno per iniziare un percorso di gestione del terreno che preveda la graduale eliminazione dell’aratura a favore della minima lavorazione e del sodo, è evitare il compattamento degli aggregati del suolo. Si deve quindi iniziare già dalla trebbiatura dei raccolti estivi e autunnali, prevedendo l’entrata in campo su terreni non eccessivamente umidi, con mietitrebbie dotate di gommature a larga sezione e a bassa pressione capaci di minimizzare la formazione di carreggiate compattate. Inoltre, i rimorchi devono sostare solo sulle cappezzagne senza entrare sui campi.

La stabilità degli aggregati del suolo, cioè la loro buona struttura, è il presupposto della cosiddetta fertilità fisica, il cui decadimento è purtroppo un caso molto frequente in Italia che provoca una perdita di produzione, indipendentemente dalla disponibilità di nutrienti. La degradazione fisica del suolo si associa all’erosione dovuta all’azione dell’acqua e del vento, e bisogna tenere presente che per ripristinare un suolo degradato occorrono molti decenni, con l’aggiunta di costi elevati.

Minima lavorazione

Minima lavorazione

Se si vogliono adottare le minime lavorazioni del terreno è indispensabile che sin dal momento della raccolta della coltura precedente le mietitrebbie siano dotate di gomme a larga sezione e a bassa pressione per evitare fenomeni di compattamento, e che si eviti di operare con terreno molto umido.

Regola numero 2: corretta gestione dei residui colturali

La regola numero due per avere successo dopo l’abbandono delle lavorazioni tradizionali profonde con ribaltamento della zolla, è la corretta gestione dei residui colturali, che costituiscono una preziosa risorsa per la fertilità del suolo.

Semplificare le lavorazioni presuppone la distribuzione in maniera omogenea sulla superficie del terreno dei residui della coltura precedente. Una buona uniformità nella copertura del terreno da parte dei residui colturali deriva dall’impiego di mietitrebbie equipaggiate con barre di taglio provviste di trincia stocchi e con dispositivi di trincia-spargipaglia per sfibrare il più possibile il residuo e spargerlo su tutto il fronte di lavoro, evitando le aree di accumulo.

Un buon risultato di questa operazione si ottiene utilizzando coltelli non usurati e ben regolati a seconda della biomassa che ci si trova davanti ( umidità, consistenza, altezza della pianta). La trinciatura degli stocchi dopo la raccolta è un’operazione necessaria a garantire che il residuo venga sfibrato e ridotto in dimensioni tali da degradarsi nel tempo. Per tutte queste operazioni al momento della raccolta è consigliabile equipaggiare le mietitrebbie con pneumatici a sezione larga che riducono il calpestamento e la formazione delle ormaie.

Residui colturali

residui colturali

I residui colturali devono essere ben trinciati e sminuzzati per evitare che siano un ostacolo alla buona deposizione del seme che deve essere posto a contatto con terreno sufficientemente umido per poter germinare velocemente.

Quali vantaggi portano i residui sul terreno

La presenza di residui colturali in superficie, che nel caso del sodo vengono mantenuti per tutta la stagione, porta ai seguenti vantaggi:

  1. Si attenua l’aggressività delle piogge con riduzione dell’erosione e dello scorrimento superficiale.
  2. Si mantiene a lungo un certo tasso di umidità nel terreno.
  3. Aumenta la portanza del suolo, consentendo di entrare in campo con più facilità anche in condizioni di umidità eccessiva.
  4. Aumenta la percentuale di sostanza organica del suolo.
  5. Si incrementa la presenza di biofauna utile, come ad esempio i lombrichi, che costituiscono il primo segnale del buono stato di salute del terreno.
Minima lavorazione

I residui colturali in superficie portano vantaggi considerevoli in particolare sui terreni collinari, riuscendo a rallentare sia i fenomeni di erosione del terreno sia gli smottamenti che sono all’ordine del giorno se si praticano le lavorazioni tradizionali.

Regola numero 3: l’uso delle cover crops

Si chiamano cover crops le colture intercalari, coltivate negli “spazi vuoti” degli avvicendamenti, con lo scopo di fornire un’adeguata copertura del suolo nei periodi a maggiore rischio di erosione o di mineralizzazione della sostanza organica.

Le specie tradizionalmente impiegate sono quelle appartenenti alle famiglie delle leguminose (es. veccia, favino, trifogli – squarroso, pratense, incarnato, sotterraneo), delle graminacee (es. orzo, avena, segale, triticale) e delle crucifere (es. Brassica juncea e carinata, colza, senape).

Le specie leguminose vengono seminate principalmente allo scopo di fornire al terreno l’azoto fissato per via simbiontica e renderlo disponibile per le colture da reddito in successione (in genere a ciclo primaverile-estivo, come mais o girasole). Le graminacee sono impiegate invece per l’effetto di contenimento delle piante infestanti oppure come catch-crops, cioè come colture finalizzate ad assorbire eventuali residui di azoto lasciati nel terreno da colture precedenti.

Sinapis alba

Sinapis alba

Rafano

Senape (più in alto) e rafano (qui sopra), due esempi di cover crops da seminare e mantenere sul terreno nel periodo che intercorre tra raccolta e semina della coltura successiva.

Roberto Bartolini

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all'Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.


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3 commenti

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  1. luca
    luca 15 gennaio, 2015, 20:13

    Dott. Bartolini, le chiedo se l’applicazione delle tecniche di minima lavorazione varia in base al metodo di irrigazione, a scorrimento piuttosto che a pioggia con titolone o pivot. Le chiedo anche, a proposito dell’irrigazione con pivot, quanto ettari all’ora si possono coprire.

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    • Roberto Bartolini
      Roberto Bartolini Autore 16 gennaio, 2015, 09:46

      Il sistema di irrigazione non influenza la scelta del sistema di minima lavorazione. Forse solo per lo strip till, che è il sistema di lavorazione che alterna terreno lavorato con strisce di terreno ricoperte con residui colturali intatti, ci potrebbero essere delle limitazioni come risultato finale nel caso di irrigazione a scorrimento. Scorrimento che d’altra parte è il sistema, a mio parere, meno efficiente che ci sia sulla faccia della terra e per di più con maggiore spreco di acqua. Infatti molti agricoltori lungimiranti del cremonese, dove lo scorrimento è ancora leader, stanno orientandosi sul pivot e sull’ala gocciolante!
      Per quanto riguarda il pivot, alla sua domanda è difficile dare risposta perché per realizzare un progetto di pivot occorre partire dalla disponibilità di acqua che ha l’azienda. Le faccio un esempio: un agricoltore che conosco, dalla Bonifica riceve 40 lt/secondo/ha di acqua e ha installato due pivot che distribuiscono 18 lt/sec di acqua ciascuno. Partendo da questi dati solo il progettista potrà fornire la risposta giusta per ciascuna realtà aziendale.

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  2. Almerino
    Almerino 11 marzo, 2016, 08:32

    Buongiorno, volevo sapere cosa si intende per minima lavorazione dischi erpicatura leggera cinque ancore profondita25 cm passaggio vibro o erpice rotante come ci dobbiamo comportare per la pac in veneto per culture disoia e mais grazie

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