Roberto Bartolini13 Settembre 20215min2800

L’agroalimentare vola, ma la sostenibilità è da prendere sul serio

agroalimentare

L’Italia è la terza industria alimentare dell’Unione europea con un fatturato, secondo un’indagine di Nomisma, di 145 miliardi di euro. Occupiamo il sesto posto nella classifica dei paesi più forti nell’export, che vale 36,2 miliardi di euro. Ma analizzando i numeri si scopre che le vendite all’estero sono trainate dai prodotti DOP e IGP.

Quale made in Italy occorre produrre?

Non c’è dubbio che anche per via del Covid-19 il ruolo e i prodotti del territorio si sono molto rafforzati tra gli acquisti dei consumatori, che stanno premiando non solo la spesa “di prossimità” ma anche i prodotti “made in Italy” certificati e garantiti.

Una recente pubblicità di McDonald’s che informa il consumatore di utilizzare solo pollo 100% italiano allevato a terra, senza mangimi ogm e proveniente da decine di allevamenti in Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo e Molise.

Il cambio di marcia nel fare la spesa della maggior parte dei consumatori, molto più attenti del passato alla “sostenibilità” globale degli alimenti che acquistano e alla loro origine, sta comportando una profonda e velocissima riorganizzazione delle filiere agroalimentari. E questo investe da vicino i rapporti tra agricoltura e industria di trasformazione che è sempre più alla ricerca di materia prima italiana.

Ecco il patto di filiera tra agricoltori e il pastificio che produce la pasta Armando. Una comunicazione molto attenta che precisa da dove viene il grano con cui si fa la pasta.

Chi mette in campo la sostenibilità reale, guadagna di più

Ormai è assodato che chi riesce a integrare nei processi aziendali e nelle strategie produttive e commerciali una dose significativa e tangibile di “sostenibilità” riscontra in breve tempo un importante e più elevato valore di mercato. È ovvio che portare sul banco di vendita prodotti “sostenibili e tracciati dal campo alla tavola” comporta costi e investimenti, perché la sostenibilità, come ha scritto Gianmario Verona sul Corriere della Sera, non è un pranzo di gala.

Serve un cambio di rotta globale

Occorre cambiare mentalità, strumenti, impianti, protocolli di lavoro, eccetera. Insomma, si deve affrontare una rivoluzione del modo di lavorare che deve partire sempre e comunque da una nuova cultura di impresa. Che sia agricola o industriale.

La nostra sensazione è che il cambiamento culturale per affrontare le nuove sfide del mercato, sempre più dominato da nuovi concetti legati alle emergenze ambientali, venga ancora sottovalutato soprattutto dal mondo agricolo.

Aiuti economici all’agricoltore mirati e non a pioggia

La ghiotta occasione di fornire sostegni economici indispensabili agli investimenti agricoli, che passa dalla scrittura della nuova Pac, deve essere sfruttata nel migliore dei modi, con aiuti finalmente mirati e non a pioggia per accontentare tutti. Tocca a tutti noi fare quel salto necessario per rendere il mondo migliore, come viene richiesto dal contratto che abbiamo sottoscritto con l’Europa per dare un futuro ai nostri figli.

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all'Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.


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