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Tre anni di prove sullo strip-till: un’occasione mancata, perché le attrezzature non erano giuste

Tre anni di prove sullo strip-till: un’occasione mancata, perché le attrezzature non erano giuste

Strip tillage su mais, eccellente sui suoli giusti”: è il titolo di un recente articolo pubblicato dall’Informatore Agrario e realizzato dagli agronomi di tre università, Torino, Milano e Piacenza, con la collaborazione del Crpa di Reggio Emilia.

Sappiamo tutti quanto gli agricoltori italiani abbiano la necessità di informazioni utili, soprattutto sulla lavorazione del terreno, che è uno dei punti chiave per migliorarne la fertilità, razionalizzare i costi e tentare di aumentare il reddito delle colture di pieno campo. Il titolo dell’articolo dunque è incoraggiante, ma alla fine delle quattro pagine le conclusioni sono alquanto deludenti e non offrono alcuna indicazione operativa capace di interessare agricoltori e contoterzisti nella pratica quotidiana di campagna.

I motivi del nostro sconforto partono dalla considerazione che i ricercatori non si sono occupati minimamente delle attrezzature che hanno messo in campo. Infatti, le foto che corredano il lavoro mostrano due cantieri di lavoro che non sono assolutamente rappresentativi di quello che l’industria meccanica ha prodotto di più innovativo sullo strip-till. E questo è il fatto più grave, dal momento che tutte le esperienze aziendali sullo strip-till di questi ultimi anni dimostrano che la chiave del successo, al di là della tessitura del suolo e dell’andamento climatico, sia proprio la scelta dell’attrezzatura che esegue la lavorazione a strisce, ma anche la scelta della seminatrice che depositerà successivamente il seme sulla striscia lavorata, per non parlare dei sistemi di precisione che devono essere presenti sul cantiere per questo tipo di lavoro.

Le conclusioni a cui sono giunti i ricercatori

In sintesi, le conclusioni alle quali giungono i ricercatori sono le seguenti:

  • primavere piovose e suoli pesanti incrementano il rischio di perdite produttive;
  • la concimazione starter con fosfato bioammonico è una buona tecnica che attenua le perdite produttive in avverse condizioni pedoclimatiche;
  • la sostituzione della concimazione azotata minerale con quella organica aumenta i vantaggi economici e ambientali;
  • lo strip tillage è una tecnica potenzialmente in grado di sostituire l’aratura nei sistemi maidicoli della Pianura Padana, seppure si debba tenere presente un certo margine di rischio soprattutto nei suoli pesanti a partire dai franco-limosi.

Si tratta di conclusioni più che ovvie, ma viene da chiedersi come mai a nessuno sia venuto in mente che le attrezzature sono davvero la variabile principale sulla quale indagare e quindi occorre mettere in campo cantieri ben diversi da quelli utilizzati.

La storica lontananza tra agronomi e meccanici

Probabilmente il lavoro è viziato da uno storico difetto delle nostre facoltà di agraria (noi c’eravamo nel lontano 1972 e la situazione è rimasta la stessa), cioè la scarsa o nulla propensione alla collaborazione tra “agronomi” e “meccanici”, due categorie di sperimentatori che spesso hanno visioni differenti che certamente non facilitano le attività sperimentali e la divulgazione dei dati.

Occorre dare informazioni utili agli agricoltori

Siamo tutti d’accordo, e riteniamo anche gli autori di questo lavoro, che l’innovazione sia la chiave per rilanciare la nostra agricoltura estensiva, ma proprio le università per prime devono cambiare passo nelle loro sperimentazioni, abbandonando l’antico vezzo di fare le cose più per la sola finalità di pubblicare i dati e aumentare i punteggi per i concorsi, piuttosto che fornire davvero indicazioni utili per chi lavora in campo.

È quanto mai opportuno sperimentare in suoli diversi le diverse tecniche di minima lavorazione, ma la prima cosa da fare è scegliere e mettere a confronto le attrezzature più innovative e affidabili presenti sul mercato, almeno delle società più importanti. E le società produttrici sarebbero ben liete di collaborare con le università mettendo a disposizione i loro cantieri.

Forma e regolazione degli utensili fanno la differenza

Le decine di esperienze pratiche aziendali di strip-till ormai presenti nella Pianura Padana dimostrano come siano le caratteristiche degli utensili che compongono il cantiere di lavoro (composto da attrezzo che esegue lo strip-till e seminatrice) a fare la differenza in diversi tipi di situazioni operative. Ci auguriamo dunque che gli agronomi delle nostre facoltà di agraria continuino a sperimentare le innovazioni tecnologiche, con la raccomandazione di mettere sempre al centro del progetto le attrezzature, perché oggi sono queste che determinano le differenze più significative, naturalmente a parità di sementi, concimi e agrofarmaci utilizzati.

Roberto Bartolini

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all’Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.


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