Roberto Bartolini2 Marzo 20224min22841

“Meno agrofarmaci e più biologico” è una strategia da rivedere

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Il conflitto bellico tra Russia e Ucraina ha sconvolto il commercio di materie prime strategiche come grano e mais, che l’Italia importa per oltre il 50% del suo fabbisogno annuale, e in mezzo ci si mette anche la siccità in Nord America, con un taglio considerevole dei raccolti di soia, altro prodotto che l’Italia importa per l’80% circa delle sue necessità. Di fronte a questi fatti riteniamo necessario che un paese povero di materie prime agricole come l’Italia riveda alcune strategie contenute nel Piano agricolo 2023-2027, che prevedono un taglio netto, anche se graduale, dell’uso di agrofarmaci e di fertilizzanti e una forte accelerazione dell’agricoltura biologica.

Evitiamo una corsa troppo in avanti

Che l’agricoltura debba mettere in campo con più convinzione percorsi agronomici sostenibili è sacrosanto e lo sosteniamo da molti anni, ma alla luce degli eventi imprevedibili che stiamo vivendo, occorre almeno rimodulare tempi e modalità di certe decisioni strategiche per evitare di mettere in ginocchio l’agricoltura e l’intera filiera agroalimentare. Se riaccendiamo le centrali a carbone e aumentiamo le estrazioni di gas dal mare, cioè imponiamo un alt (ci auguriamo momentaneo) alla messa in soffitta delle fonti energetiche inquinanti perché le poche rinnovabili non sono in grado di far fronte alla crisi energetica che ci è crollata addosso, non vediamo perché non si debba ripensare anche alla strategia che taglia i mezzi di produzione chimici e vuole portare la superficie a biologico nel nostro paese al 25% della SAU nel 2030.

Non possiamo decurtare le produzioni delle colture estensive

Sappiamo bene che produrre grano, orzo, mais e soia in regime biologico, quando va bene, significa tagliare del 40% quello che si otterrebbe con percorsi agronomici convenzionali. Allora siamo proprio sicuri che il nostro paese sia pronto a subire un taglio così pesante alla produzione di materie prime strategiche che già importiamo in massa? È chiaro che per altri settori come viticoltura, frutticoltura e orticoltura la minore produzione conseguente alla scelta del percorso biologico ha un minore impatto a livello Paese e quindi si può andare avanti se il mercato continua a crederci.

Non tagliamo ancora la superficie a mais

Chiudiamo con un argomento di stagione. Un’indagine condotta dal settimanale Terra e Vita su un campione di qualche centinaio di agricoltori sulle loro intenzioni di semina 2022 indica che il 47% è intenzionato a cambiare le scelte rispetto al 2021, con una forte penalizzazione del mais a favore della soia. Il fatto è inquietante perché il mais è già sceso a livelli di guardia, con i 600.000 ettari attuali, e sui mercati internazionali la disponibilità di prodotto a prezzi abbordabili nei prossimi mesi pare un miraggio. Quindi attenzione a non smobilitare sul mais, anche se certamente è giusto aumentare la superficie a soia, sfruttando al massimo il secondo raccolto dopo il tanto grano che è stato seminato lo scorso autunno.

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all'Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.


Un commento

  • Vincenzo Marenghi

    2 Marzo 2022 at 3:30 pm

    Non voglio parlare di problemi economici, nei quali mi dichiaro incompetente, ma esclusivamente di quelli riguardanti la produzione di alimenti destinati all’uomo e agli animali d’allevamento. E” chiaro che la pratica dell’agricoltura biologica produce minore quantità, ma a vantaggio della qualità e, se viene realizzata scientificamente, le quantità non sono tanto inferiori a quelle ottenute con le tecniche tradizionali che sono invece “antifisiologiche” per il terreno che viene eccessivamente sfruttato e impoverito di microelementi, come dimostrano tanti studi. Siamo costretti a comperare dall’estero il grano perché finora non era più conveniente seminarlo. Insomma l’economia la fa da padrona a scapito della buona qualità degli alimenti ed aumentando l’inquinamento globale.

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