Il sodo non funziona sul mais: la conferma dopo 8 anni di prove

Il sodo non funziona sul mais: la conferma dopo 8 anni di prove

La fertilità fisica e chimica del terreno migliora, si sequestra la CO2, ma si perde il 44% della produzione. Questa è la sentenza definitiva dopo otto anni di applicazione (2011-2018) della semina su sodo al mais, in tre aziende sperimentali di VenetoAgricoltura.

Diciamo la verità: non si tratta di uno scoop agronomico, perché il risultato era scontato, ma avere qualche dato in più non fa mai male. Certo, in Italia non mancano alcune eccezioni: ci sono infatti aziende agricole che si sono convertite a sodo per tutte le colture – mais compreso – con ottimi risultati. Frutto di una gestione molto attenta e professionale, utilizzando attrezzature innovative e avendo terreni con alte percentuali di argilla ma certamente non limosi. E poi inserendo la medica nella rotazione!

A ogni coltura la lavorazione più adatta

La conclusione operativa degli agronomi di VenetoAgricoltura e dell’Università di Padova è la seguente: «Il nuovo itinerario, riveduto e corretto, prevede ora la semina diretta per il frumento e le colture di copertura o di secondo raccolto (soia), mentre per mais e soia, salvo condizioni particolarmente favorevoli, la semina viene preceduta da una minima lavorazione del terreno che consente anche l’interramento superficiale delle colture di copertura, limitando così anche l’impiego degli erbicidi disseccanti».

Quindi è confermata la scelta della semina su sodo per i cereali vernini, per le cover crops e per i secondi raccolti di soia, mentre per il mais la tecnica vincente rimane la minima lavorazione e, aggiungiamo noi, lo strip tiller o lavorazione a strisce.

Consentito l’utilizzo del decompattatore

L’altra importante novità che emerge dallo studio di VenetoAgricoltura è rappresentata dall’utilizzo costante del decompattatore, prima consentito solo in via eccezionale dagli obblighi della misura 10 del Psr. Il suo uso è infatti stato inserito, almeno per il Veneto, come intervento raccomandabile e da praticarsi ogni qualvolta risulti necessario contrastare la compattazione del terreno e qualora le condizioni di umidità dello stesso lo consentano.

Le immagini ritraggono come esempio di attrezzatura ammessa dal Psr, il decompattatore-dissodatore a lama singola Kverneland CLI, che offre tutti i vantaggi dei denti curvi. Il concetto di lama singola conferisce al questo dissodatore un aspetto robusto e lineare, permettendo una luce da terra di 1175 mm, per operazioni senza intasamenti a profondità tra 15 e 40 cm.

L’ancora curvata del CLI solleva la quantità di terreno necessaria all’arieggiamento, senza alterare l’aspetto della superficie, quindi non rivolta la fetta di suolo.

Altra opzione possibile e ben accolta dai Psr è il decompattatore Kverneland Flatliner, che fornisce la massima frantumazione degli strati profondi con il minimo disturbo superficiale. La profondità di lavoro va da 30 a 50 cm e la distanza tra le ancore è modulabile grazie al fissaggio tramite ganasce a bulloni.

Ibridi e varietà: priorità a precoci e medi

Infine, nella scelta degli ibridi di mais e delle varietà di soia, si devono privilegiare quelle più precoci, nel tentativo di evitare di raccogliere nei periodi più soggetti a cattive condizioni meteo, in presenza di terreni eccessivamente umidi e quindi più suscettibili alla compattazione. Questa è una raccomandazione molto importante sotto il profilo agronomico per chi adotta le lavorazioni conservative, dal momento che i nuovi materiali genetici precoci o di media precocità ormai non si distaccano molto dai tardivi in termini produttivi. Con il vantaggio impagabile di liberare presto il terreno prima che arrivi la cattiva stagione.

Tutti i vantaggi dell’applicazione del sodo

La sperimentazione di VenetoAgricoltura ha confermato comunque degli importanti vantaggi conseguibili con l’applicazione del sodo.

  1. Il sodo ha innalzato la concentrazione media del carbonio organico nel profilo 0-50 cm. In particolare, nello strato superficiale 0-5 cm è passato da 1,1% nel 2011 a 1,5% nel 2017.
  2. I terreni mostrano una porosità totale simile a quella dell’agricoltura convenzionale, ma con un maggiore numero di pori molto piccoli, che favoriscono la stabilizzazione fisica della sostanza organica, a discapito di pori di dimensione intermedia.
  3. Il sodo comporta una maggiore densità radicale nei primi 10 cm di terreno, in particolare nelle colture del mais (+70%) e della soia (+121%). Il maggiore sviluppo radicale in superficie è stato attribuito al maggior contenuto idrico degli strati superficiali, al differente regime termico e alla maggiore disponibilità di nutrienti.
  4. È stato conteggiato un numero di lombrichi superiore rispetto a quello degli appezzamenti sottoposti a lavorazione. L’agricoltura conservativa risulta meno impattante sulle comunità viventi del terreno, con un evidente effetto benefico sulla qualità biologica dei suoli.

Anche con la nuova Pac, sempre più agronomia

La strada della sostenibilità ambientale ed economica indicata dall’Unione europea avrà come alleato principale sempre più l’agronomia, purtroppo molto trascurata per troppi anni. Quindi ricordiamo i principali vantaggi conseguibili con le lavorazioni conservative:

  • più residui colturali in superficie;
  • più microrganismi attivi;
  • più humus e sostanza organica;
  • più aria nel suolo;
  • più acqua utile;
  • meno emissioni di CO2;
  • meno erosione;
  • meno costi (ore e gasolio).

Infine, raccomandiamo a tutti coloro che si apprestano a sostituire l’aratura-erpicatura con le lavorazioni conservative, le quattro regole d’oro “agronomiche” per evitare insuccessi e avere successi certi.

  1. Ampliare la rotazione (cereali e oleaginose)
  2. Evitare compattamenti
  3. Gestione dei residui
  4. Cover crops (colture di copertura sui terreni nudi in inverno)
Roberto Bartolini

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all'Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.



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