Roberto Bartolini11 Novembre 20205min2070

Il vaccino Covid-19 riuscirà a cancellare l’ottusa opposizione verso le piante biotech?

Biomimicry - Nature and Technology - Hybrid Nature - Abstract Illustration

Lo sapete che cosa hanno in comune il vaccino contro il Covid-19 annunciato giorni fa dall’americana Pfizer e le varietà vegetali che resistono agli attacchi dei parassiti o alla siccità, oppure che presentano migliori qualità nutrizionali, come per esempio il latte arricchito di proteine oppure il riso di vitamine A ed E? Hanno in comune le biotecnologie che vengono utilizzate per produrli.

Ecco la grande occasione per un salto culturale dell’opinione pubblica e dei legislatori, che la pandemia ci offre su un piatto d’argento. Occasione che l’agricoltura non si deve lasciar scappare, convincendo una buona volta i legislatori di Bruxelles, che ancora equiparano le nuove tecnologie di editing genetico come il Crispr agli ogm, che si tratta di due cose ben diverse, con il risultato che finalmente alzino il disco verde per il lavoro di laboratori e di pieno campo.

Gli ogm sono il passato, sono ampiamente superati. Chi ci governa e chi legifera lo deve capire in fretta, non è così complicato!

Con il vaccino, si inietta un pezzo di RNA artificiale

Chi si vaccinerà contro il Covid-19 avrà iniettato nel suo organismo un frammento di RNA artificiale che, entrando nelle cellule, ordinerà la produzione di una proteina chiamata “spike” (si tratta della punta della corona del coronavirus), la quale stimola il sistema immunitario per contrastare e annientare l’attività del virus.

La similitudine con quanto avviene con il genoma editing per le piante è evidente: perché allora non consentire di migliorare il patrimonio genetico di una specie vegetale coltivata intervenendo in maniera mirata, precisa, veloce, addirittura senza inserire nulla di estraneo, migliorandone capacità intrinseche e qualità?

Nel 2030 il mondo sarà invaso dal biotech

Tutto questo fa parte della rivoluzione biotecnologica che è solo agli inizi: infatti i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ci dicono che entro il 2030 l’80% dei farmaci con i quali ci curiamo saranno biotech, così come il 50% dei prodotti agricoli e il 35% dei prodotti chimici. In tutto farà il 2,7% del Pil mondiale!

In Italia il biotech c’è, ma è troppo piccolo

Oggi il comparto biotech in Italia vale 11,5 miliardi di euro, con 13 mila unità produttive e 2 miliardi di euro investiti in ricerca e sviluppo. Nel 2019-2020 sono nate in Italia 41 nuove start-up biotech, 31 delle quali solo da inizio pandemia Covid-19. Ma c’è un problema: il biotech nazionale è fatto di microimprese che non riescono a ingrandirsi, perché l’Italia fa fatica ad attirare capitali di rischio.

Inoltre abbiamo ottimi ricercatori, ma manca il “quid” che serve per trasformare la ricerca in prodotto per il mercato. Mancano figure capaci di trasformare in una impresa la ricerca scientifica che nasce nelle università. Dunque l’epidemia ha messo il turbo al biotech e i vaccini prossimi venturi faranno il resto, ma il nostro paese si deve dare una svegliata!

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all'Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.


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