PSR: la misura 10 non basta a convincere gli agricoltori a convertirsi a minima lavorazione e sodo

PSR: la misura 10 non basta a convincere gli agricoltori a convertirsi a minima lavorazione e sodo

La maggior parte delle regioni italiane ha attivato, alcune con colpevole ritardo, la misura 10 sui “Pagamenti agro-climatico-ambientali” dei Piani di sviluppo rurale (PSR), che sostengono coloro che abbandonano le lavorazioni tradizionali per dedicarsi al sodo e/o alla minima lavorazione.

La misura 10 non ha raccolto il consenso che merita

Nell’intento del legislatore c’era la convinzione che questo sostegno al reddito fosse sufficiente per convincere gli agricoltori a cambiare le proprie linee agronomiche, ma la realtà dei fatti smentisce questo obiettivo. Infatti, nella maggior parte delle regioni italiane la misura 10 non ha raccolto le adesioni previste, perché il cambio di gestione del suolo necessita anche di altri cambiamenti, indispensabili e radicali, che vanno dal parco macchine alla programmazione delle colture e agli avvicendamenti, dalla lotta alle infestanti e ai patogeni sino al piano di concimazione.

Dunque dobbiamo essere convinti del fatto, e lo deve essere per primo il legislatore, che passare dall’aratura alle lavorazioni conservative non vuol dire solo lasciare l’aratro sotto il capannone, ma significa ribaltare tutto il modo di pensare e di agire dell’agricoltore. E di questi tempi, quanti sono disposti ad affrontare una tale rivoluzione?

Occorre motivare gli agricoltori e fornire consulenza pratica

Danilo Marandola del Crea Roma, in un recente articolo pubblicato sull’Informatore Agrario, ha lanciato un’idea assolutamente condivisibile e di buon senso per cercare di far aggiustare il tiro ai legislatori che già stanno mettendo mano alla nuova Pac post 2020. Marandola sostiene giustamente che per convincere gli agricoltori a cambiare il modo di pensare e le linee agronomiche occorre prima di tutto motivarli, fornendo loro conoscenze tecniche e agronomiche nonché un sostegno operativo attraverso consulenze aziendali mirate per accompagnarli nel cambio di gestione, con l’obiettivo di minimizzare i rischi legati al periodo di transizione, che non sono solo le possibili perdite produttive.

La possibilità che tutto questo si metta in pratica viene offerta su un piatto d’argento dai PSR: si tratta di misure già previste che, se “rese attive organicamente” e non considerate singolarmente, potrebbero convincere gli agricoltori ad abbandonare i riti del passato evitando errori e omissioni. Le riportiamo qui di seguito.

C’è una fase di transizione in cui i campi devono abituarsi al cambio di sistema di lavorazione, nel corso della quale l’agricoltore deve prendere confidenza con le nuove tecnologie, e non è raro commettere errori che tuttavia non debbono far ritornare l’imprenditore sulla vecchia strada.

Misura 1: Formazione e informazione

La misura 1 dei PSR su “Formazione e informazione” finanzia proprio la consulenza professionale, che può essere esercitata da tecnici ed esperti riconosciuti dalle Regioni. Ma quanti sono coloro che hanno aderito a questa misura e che fanno consulenza mirata al sodo e alla minima lavorazione?

La misura 1 andrebbe legata alla misura 10, che prevede incentivi diretti per coloro che passano dall’aratura alle lavorazioni conservative. In questo caso l’agricoltore, consapevole dei vantaggi (cioè istruito grazie alla misura 1), affronterebbe con più convinzione il passaggio legandosi per cinque anni alle lavorazioni conservative.

Misure 2 – 4 – 16 per acquisti innovativi e mirati

La terza misura che dovrebbe essere ben integrata con le altre due è la misura 4, ma anche la 2 e la 16, che sostengono in diversa maniera la consulenza in campo e l’acquisto di attrezzature innovative. C’è da augurarsi che prima o poi l’idea di questo approccio integrato riesca a sollecitare qualche organizzazione, pubblica o privata, o almeno qualche consorzio, insomma qualcuno di buona volontà che decida di sfruttare questi benedetti soldi europei che alla fine non riusciamo mai a spendere.

Usiamo bene il suolo: ci guadagniamo tutti

Usare bene il suolo significa produrre in modo più efficiente e quindi migliorare le rese e la redditività. Proprio quello che occorre al nostro Paese.

L’agricoltore che decide di passare al sodo o alla minima solo per inseguire un contributo compie un fatale errore, perché prima di tutto deve essere convinto di questa linea strategica, che poi va supportata da scelte aziendali mirate. Ma in tutto questo l’agricoltore non può essere lasciato da solo.

Roberto Bartolini

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all’Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.



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