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Far vivere il suolo per migliorare l’agricoltura: le conclusioni del progetto ”Help Soil”

Far vivere il suolo per migliorare l’agricoltura: le conclusioni del progetto ”Help Soil”

È arrivato al traguardo il progetto Life Help Soil, la rete sperimentale che ha interessato cinque regioni della Pianura Padana e venti aziende agricole per dimostrare cosa succede ai suoli e alle produzioni di mais, soia, frumento, orzo, sorgo ed erba medica in primo e secondo raccolto, passando dalla lavorazione tradizionale, fatta da aratura e successive erpicature, alla lavorazione conservativa realizzata con sodo, cioè semina diretta sui residui della coltura precedente, e minima lavorazione, compreso lo strip-till o lavorazione a strisce.

I dati che danno torto ai tradizionalisti

I risultati ottenuti dal 2103 al 2017 sono molto importanti, perché consentono agli agricoltori e ai contoterzisti italiani di avere finalmente dei riscontri oggettivi, suffragati da numeri inconfutabili, su quello che succede in campo adottando nuovi sistemi di gestione agronomica dell’azienda, che non riguardano solo le lavorazioni ma anche l’avvicendamento colturale, l’uso delle cover crops, degli effluenti zootecnici e di diversi sistemi di irrigazione.

Gli effetti della siccità su un terreno arato ed erpicato. Con una gestione conservativa, l’effetto negativo della siccità sarebbe stato mitigato dalla presenza di residui colturali e dalla migliore strutturazione del suolo.

Come abbiamo sempre detto, l’abbandono dell’aratura non deve significare solo cambiare attrezzi e basta, bensì mutare radicalmente tutto il processo agronomico aziendale. E oggi finalmente anche gli amanti dell’aratura possono trovare una risposta scientifica ai tanti dubbi che ancora gravano come macigni sulle lavorazioni conservative.

Il vademecum

Il progetto Help Soil, consultabile sul sito web dedicato, ha prodotto anche un utile vademecum che tutti gli agricoltori dovrebbero tenere sul comodino, dal quale cercheremo di trarre prossimamente una serie di articoli per tenere aggiornati i nostri lettori. Per ora ci limitiamo a riassumere, con estrema e brutale sintesi, le conclusioni a cui è giunto Help Soil indicando con “AC” l’agricoltura conservativa e con “AT” quella tradizionale con l’aratura.

  • Rese delle colture: sono sostanzialmente uguali tra AC e AT, con possibili cali di resa nei primissimi anni della conversione.
  • Consumi gasolio: nettamente inferiori in AC.
  • Efficienza economica (rapporto tra costo e ricavo): non ci sono differenze significative tra AC e AT.
  • Fitofagi ipogei: nessuna differenza tra AC e AT.
  • Infestanti: occorre più attenzione alle malerbe perennanti in AC.
  • Limacce: si possono sviluppare in AC ma con rischio basso, e comunque si possono ben controllare.
  • Micotossine: nessuna differenza significativa nel mais da granella tra AC e AT.
  • Consumi di acqua: in AC con subirrigazione fatta con ali gocciolanti interrate: 800 mc/ha. In AT con sistema a scorrimento: 2300 mc/ha.
  • Subirrigazione verso aspersione: su AC i volumi irrigui e i consumi di gasolio sono più che dimezzati.
  • Nitrati nel suolo: risultano nettamente più bassi nella AC.
  • Stock di carbonio organico nel suolo: più elevato nella AC.
  • Stabilità strutturale del suolo: più elevata nella AC.
  • Protezione dall’erosione: elevata nella AC e nulla nella AT.
  • Biofauna del suolo: 81% in AC e 52% nella AT.
  • Fertilità biologica: bassa in AT, elevata in AC

Sodo e minime lavorazioni riportano i lombrichi nel suolo, così come tanti altri microrganismi utili che le lavorazioni continue e le erpicature hanno allontanato per decenni, riducendo la vitalità dei terreni.

Polverizzati i luoghi comuni privi di fondamento

Come emerge dai dati appena riassunti, alcuni indiscutibili vantaggi derivanti dall’abbandono dell’aratura, che gli agricoltori italiani innovatori già ben conoscono, sono confermati in pieno.

Inoltre alcuni luoghi comuni che tengono lontani molti agricoltori da sodo e minima vengono sfatati, come per esempio il “rischio micotossine”, il cui sviluppo dipende prima di tutto dall’andamento climatico e da fattori di stress, e non dalle minime lavorazioni, anche se la rotazione colturale è determinante per ridurne l’incidenza, così come la corretta gestione dei residui e l’uso di attrezzature idonee. Oltretutto, l’aumento consistente di lombrichi, artropodi e microrganismi concorre a ridurre fortemente la carica di inoculi potenzialmente pericolosi.

Altro spauracchio sono le infestanti: non è vero che con minima e sodo aumentano e diventano ingestibili, soprattutto se si usano le cover crops. Anzi, dopo i primi due anni la necessità di diserbanti diminuisce.

Purtroppo non è raro imbattersi in situazioni come questa, dove sono evidenti gli errori commessi da chi ha maltrattato il terreno.

Non è vero che aumentano i ristagni, se si fanno le cose per bene

Alcuni lettori nei giorni scorsi, commentando un articolo condiviso sulla nostra pagina Facebook, hanno sostenuto che con la minima lavorazione, rispetto all’aratura, aumenta il pericolo di ristagni superficiali. In realtà è vero esattamente il contrario, a meno che non si commettano errori operativi. Infatti con le lavorazioni conservative, dicono le conclusioni del progetto Help Soil, si riscontra una maggiore infiltrazione dell’acqua grazie al miglioramento della struttura e della macroporosità conseguente all’aumento del tasso di sostanza organica e dell’attività della microfauna e si riducono le perdite per evaporazione.

Su questo tema torneremo presto con altri argomenti, perché il vademecum di Help Soil costituisce un supporto fondamentale per l’agricoltore che desidera aumentare il suo reddito.

Roberto Bartolini

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all'Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.



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