Latte bio per Grana Padana bio: la via sostenibile che fa contente le vacche e il portafogli

«Non è stato facile tornare a contrastare le malerbe solo con l’acciaio, rinunciando alla “comoda chimica”, e nemmeno accettare una diminuzione della produzione di latte per vacca di un buon 15%, ma quella corsa quotidiana a spingere su tutti i mezzi di produzione – genetica animale compresa – per riuscire a coprire i costi, mi aveva davvero stremato. Così mi sono detto: ora basta, mettiamoci dalla parte degli animali e del consumatore e cambiamo musica!». Matteo Cauzzi, giovane allevatore di Cavriana (Mantova) della Società Agricola Motella Bassa, con 100 capi in lattazione, tre anni fa ha deciso di voltare pagina, mettendosi a produrre latte biologico destinato al Grana Padano biologico, un prodotto che il mercato sta chiedendo con sempre maggiore convinzione.

Domande in crescita per il Grana Padana bio

«Le commesse parlano chiaro – afferma Cauzzi – un Grana Padano convenzionale prezza 6,20 euro, mentre il Grana Padano biologico marchiato 10 mesi vale 11 euro al chilo.»

E sul fronte del latte bio come sono le quotazioni?

«I contratti a 6 mesi si fanno sulla base di 58 euro più premio e più Iva, mentre il latte convenzionale nei primi tre mesi è sui 35 euro. Le cifre parlano da sole».

Continuerà questo trend?

«Questo non lo sa nessuno, tuttavia, se guardiamo come stanno andando i consumi dei prodotti biologici e i trend in prospettiva, siamo piuttosto ottimisti».

Matteo Cauzzi ha messo al centro del suo progetto il benessere animale accompagnato alla produzione in regime biologico.

Dal silomais all’alimentazione “a secco”

La rivoluzione bio in stalla vuol dire benessere, che non è legato solo alla stabulazione, ma soprattutto alla razione. Come è cambiata?

«Il punto di svolta è tornare al passato, cancellando il silomais a favore della cosiddetta alimentazione “a secco” basata su cereali, oleaginose e foraggi aziendali, e rinunciare agli agrofarmaci e ai fertilizzanti di sintesi. Il nostro piano colturale 2018 prevede su circa 80 ettari medica, orzo, pisello proteico, mais di primo raccolto da granella su pochi ettari ed erbai, seguiti da secondi raccolti di mais da granella, sorgo e soia. Prima l’alimentazione incideva per 18 centesimi sul costo litro/latte, mentre oggi pesa per 27 centesimi. Ma i conti tornano ugualmente!»

Combattere le infestanti senza la chimica

La rinuncia alla chimica ha inciso sulle rese e quali problemi tecnici le ha procurato?

«Per le colture a semina autunnale non ci sono differenze produttive significative nelle rese, e anche dal punto di vista tecnico non ho avuto problemi particolari. Cosa diversa invece per mais e soia: le rese in regime biologico sono rispettivamente di 60 ql/ha e di 18 ql/ha, quindi la decurtazione rispetto al convenzionale è notevole. Ma il problema si supera perché i prezzi di mercato ci sostengono, con 38 euro/ql per il mais bio e 70 euro/ql per la soia bio. Il problema tecnico più grosso è combattere le infestanti senza poter disporre dei diserbi».

Come lo avete affrontato?

«Bisogna fare un po’ di esperienza. Una delle strade migliori da percorre sembra sia quella di adottare la “falsa semina” seguita da un passaggio di strigliatore o rotante, lavorando a non più di 5 cm di profondità. In questo modo già una buona parte di infestanti si elimina e poi, quando c’è la coltura in atto, si eseguono ulteriori passaggi con la strigliatrice».

E per combattere la piralide del mais senza insetticidi?

«Qui ci viene in aiuto il Trichogramma distribuito con il drone. Se si azzecca il momento giusto di distribuzione, la piralide si tiene a bada, e per far questo occorrono le trappole. Il drone fa un ottimo lavoro e in un’ora tratta oltre 10 ettari».

Animali più sani e longevi

Torniamo alla stalla. Quali i riflessi principali del percorso biologico sulla mandria?

«La sanità degli animali soprattutto: in regime convenzionale spendevo almeno 100 euro/capo/anno in farmaci, mentre oggi sono a meno della metà e sono diminuite drasticamente anche le spese per il veterinario. Poi è aumentata la vita media delle vacche. E questo è molto importante: sono passato da 1,8 a 3 parti, con un 25% di rimonta».

Per concludere: qualche altro progetto dietro l’angolo?

«Stiamo avviando un progetto per produrre carne biologica. Il mercato la richiede e i prezzi sono davvero molto interessanti. È la nuova sfida»,

Buon lavoro Matteo, e complimenti!

Roberto Bartolini

Roberto Bartolini

Laureato in agraria all'Università di Bologna, giornalista professionista dal 1987, ha lavorato per 35 anni nel Gruppo Edagricole di Bologna, passando dal ruolo di redattore a quello direttore editoriale. Per oltre 15 anni è stato direttore responsabile del settimanale Terra e Vita. Oggi svolge attività di consulenza editoriale e agronomica, occupandosi di seminativi e di innovazione tecnologica.



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